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Articoli sull’Esoterismo, Tradizione Iniziatica

Lo scongiuro dei quattro

Nella prima parte del Faust, c’è una scena alquanto insolita. Il protagonista, rientrato nel suo studio insieme al cane, si accinge a tradurre dal greco le prime parole del Prologo del Vangelo di Giovanni. Qual è il principio della realtà? – si domanda Faust. Di certo non la «parola» o il «verbo», e neppure il «pensiero», né la «forza». Allora come rendere il termine λογος (logos)? Al colmo della concentrazione in un momento di meditazione profonda, egli individua la parola «atto», l’eterna attività creatrice che tutto trasforma.

Ma la meditazione è disturbata dal cane, che si mette a ringhiare inspiegabilmente. Faust non si turba, e ricorre agli scongiuri magici per tentare di scacciare l’intruso. Ma questi non è uno spirito elementare (Salamandra, Ondina, Silfide o Coboldo); è forse uno spirito infernale? Faust quindi inizia a tracciare il segno della Croce (lo “scongiuro più efficace”), e prima che lo completi Mefistofele si svela e si presenta: egli appartiene a «quella forza che vuole sempre il male e produce sempre il bene».

Il primo scongiuro che Faust tenta, è ben noto a chiunque muova i primi passi nell’Esoterismo, e in particolare in una delle sue quattro branche: la magia.

Riportiamo di seguito l’intero capitolo tratto da Eliphas Levi, Il rituale dell’Alta Magia.

LO SCONGIURO DEI QUATTRO

Le quattro forme elementari dividono e specificano in una specie di abbozzo gli spiriti creati che il movimento universale sprigiona dal fuoco centrale. Ovunque lo spirito lavora e feconda la materia per mezzo della vita; ogni materia è animata; l’anima e il pensiero sono dappertutto.

Si diviene signori delle forme che si fanno servire al proprio volere quando ci si impadronisce del pensiero che le produce.

La luce astrale è satura di anime che dalla generazione ininterrotta degli esseri essa sprigiona. Le anime hanno delle volontà imperfette che possono essere dominate e impiegate da volontà più potenti; formano allora delle grandi catene invisibili e possono dar luogo o determinare delle grandi commozioni elementari.

I fenomeni accertati nei processi di magia, e anche recentemente da Eudes de Mirville, non hanno altra ragione che questa.

Gli spiriti elementari sono come dei ragazzi: tormentano maggiormente chi si occupa di loro a meno che questi non li domini con ferma e potente volontà.1Questa è una delle ragioni per le quali si impone la massima prudenza nelle operazioni magiche.

Sono questi gli spiriti che noi designano col nome di elementi occulti.

Sono loro che cagionano spesso a noi i sogni paurosi o bizzarri, sono loro che causano i movimenti della bacchetta divinatoria e i colpi battuti contro le mura ed i mobili. Ma essi non possono mai manifestare un pensiero diverso dal nostro, e se noi non pensiamo, essi ci parlano con il bene e il male, giacché non avendo libero arbitrio, non hanno di conseguenza responsabilità; si mostrano agli estatici e ai sonnambuli sotto forme incomplete e fuggevoli.

Questo forse ha dato luogo agli incubi di Sant’Antonio e molto probabilmente alle visioni di Swedenborg; non sono né dannati né colpevoli; sono semplicemente curiosi ed innocenti; si può usare o abusare di loro come di animali o di fanciulli. Il Mago dunque, che se ne serve, assume una terribile responsabilità, giacché dovrà espiare tutto il male che farà loro «Immettere, e l’intensità delle sue sofferenze sarà proporzionale alla estensione della potenza che avrà esercitato per mezzo loro.

Per dominare gli spiriti elementari e divenire così re degli elementi occulti, bisogna prima di tutto aver superato le quattro prove dell’antica iniziazione, e, siccome queste iniziazioni più non esistono, avervi supplito con azioni analoghe come quella di esporsi senza terrore in un incendio, traversare un abisso su una tavola o su un tronco d’albero, scalare una montagna a picco durante un uragano, uscire a nuoto da una cascata o da un vortice pericoloso. L’uomo che ha paura dell’acqua non regnerà mai sulle ondine; colui che teme il fuoco non potrà mai comandare alle salamandre; fino a che si soffra la vertigine si debbono lasciare in pace le silfidi e non irritare gli gnomi, giacché gli spiriti inferiori obbediscono solo ad un potere che si mostri loro superiore anche nel loro proprio elemento.

Quando con l’audacia o con l’esercizio si sia acquistata questa invincibile potenza, si deve imporre agli elementi il verbo della propria volontà per mezzo di speciali consacrazioni dell’aria, del fuoco, dell’acqua e della terra, e questo è il necessario principio di tutte le operazioni magiche.

Si esorcizza l’aria soffiando ai quattro punti cardinali e dicendo:

«Spiritus Dei ferebatur super acquas, et expiravit in faciem hominis spiraculum vitae. Sit Michael dux meus, et Stabtabiel servus meus, in Luce et per lucem.

Fiat Verbum halitus meus; et imperabo spiritibus aeris huius, et raefrenabo equos solis voluntate cordis mei, et cogitatione mentis meae nuiu oculi dextri.

Exorciso igitur te, creatura aeris, per Pentagrammaton et in nomine Tetragrammaton in quibus sunt voluntas firma et fides retta. Amen. Sela, fiat. «Che sia così».

Poi si recita l’orazione delle silfidi dopo aver tracciato nell’aria il loro segno con una penna d’aquila.

Orazione delle Silfidi

Spirito di luce, spirito di saggezza, il cui soffio dà e riprende la forma di ogni cosa, o Tu per cui la vita degli esseri è ombra che muta e nebbia che si dissolve, Tu, che innalzi le nubi e cammini sull’ala dei venti, Tu che respiri, e gli spazii senza fine ne sono popolati, Tu che aspiri, ed ogni cosa da te creata a te ritorna, moto infinito nella infinita quiete, sii benedetto. Noi ti lodiamo e ti benediciamo nel mutevole impero della luce creata, delle ombre, dei riflessi e delle immagini; aspiriamo senza posa al tuo mutevole ed eterno splendore. Lascia che penetri fino a noi il raggio della tua intelligenza e il calore del tuo amore: allora quello che è mobile resterà fermo, l’ombra sarà un corpo, lo spirito dell’aria un’anima, il sogno un pensiero. E noi non saremo più travolti dalla tempesta, ma terremo per la briglia i cavalli alati del mattino e dirigeremo il corso dei venti della sera per volare innanzi a te. O Spirito di tutti gli spiriti, o anima eterna delle anime, soffio imperituro di vita, sospiro creatore, bocca che aspiri e respiri l’esistenza di tutti gli esseri nel flusso e riflusso della tua eterna parola, che è l’oceano divino del movimento e della vertà. Amen.

Si esorcizza l’acqua con l’imposizione delle mani, col soffio e con la parola mescolandovi il sale consacrato con un po’ della cenere che rimane nel braciere dei profumi. L’aspersorio si fa con ramoscelli di verbena, di pervinca, di salvia, di menta, di valeriana, di frassino e di basilico, legati con un filo uscito dalla conocchia di una vergine, con un manico di nocciuolo che non abbia ancora dato frutti, e sul quale, con il punzone magico, inciderete i caratteri dei sette spiriti. Consacrerete e benedirete separatamente il sale e la cenere dei profumi dicendo:

Sul sale:

In isto sale sit sapientia, et ab omni corruptione servet mentes nostras et corpora nostra, per Hochmael et in virtute Ruach-Hochmael, recedant ab isto fantasmata hylae ut sit sal coelestis, sal terrae et terra salis, ut nutrietur bos triturans, et addat spei nostrae cornua tauri volantis. Amen.

Sulla cenere:

Revertatur cinis ad fontem aquarum viventium, et fiat terra fructificans, et germinem arborem vitae per tria nomina, quae sunt Netsah, Hoa et Jesod, in. principio et in fine, per Alfa et Omega qui sunt in spiritu AZOTH. Amen.

Mischiando l’acqua il sale e la cenere:

In sale sapientiae aeternae, et in aqua regenerationis et in cinere germinante terram novam, omnia fiant per Eloim Gabriel, Raphael et Uriel in saecula et in aeonas. Amen.

Esorcismo sull’acqua:

Fiat firmamentum in medio acquarum et separa aquas ab aquis, quae superius sicut quae inferius, et quae inferius sicut quae superius, ad perpetranda miracula rei unius. Sol ejus pater est, luna mater et ventus hanc gestavit in utero suo, ascendit a terra ad coelum et rursus a coelo in terram descendit, Exorciso te, creatura aquae, ut sis mihi speculum Dei vivi in operibus ejus, et fons vitae, et ablutio pcccatorum. Amen.

Orazione delle Ondine.

Re terribile del mare, Voi che tenete le chiavi delle cateratte del cielo e che serrate le acque sotterranee nelle caverne delle terra, Re del diluvio e della pioggia di primavera; voi che aprite le sorgenti dei fiumi e delle fonti, voi che all’umidità, che è come sangue della terra, ordinate di trasformarsi in linfa delle piante, noi vi adoriamo ed invochiamo, noi che siamo le vostre mobili e mutevoli creature. Parlateci delle grandi commozioni del mare e tremeremo dinanzi a voi; parlateci del mormorio delle acque limpide e vorremo il vostro amore. O immensità in cui si confondono tutti i fiumi dell’essere che ognora rinascono in voi! O Oceano di perfezioni infinite! Altezza vertiginosa che ti rispecchi nel profondo, o Profondo che nell’altezza ti esalti, conducine alla vera vita con l’intelligenza e con l’amore! Conducine all’immortalità per mezzo del sacrificio affinché si possa un giorno essere giudicati degni di potervi offrire l’acqua, il sangue e le lacrime per la remissione dei peccati.

Si esorcizza il fuoco gettandovi del sale, incenso resina bianca, canfora e zolfo, e pronunciando tre volte i tre nomi dei genii del fuoco: Michele, re del sole e della folgore, Samuele, re dei vulcani, e Anaele, principe della luce astrale, e recitando poi l’orazione delle salamandre:

Orazione delle Salamandre.

Immortale, Eterno, Ineffabile ed Increato Padre di tutte le cose, che sei incessantemente trasportato sul carro roteante dei mondi in perpetuo giro; Dominatore delle eteree immensità, ove s’innalza il trono della tua potenza, dall’alto del quale il tremendo tuo sguardo tutto discopre e tutto intendono le tue orecchie belle e sante, esaudisci i tuoi figli che dalla nascita dei secoli tu hai amato giacché risplende al di sopra del mondo e dei cieli stellati la tua dorata, grande ed eterna maestà; o Fuoco scintillante che sopra a loro ti innanzi, là ti accendi e mantieni te stesso nel tuo stesso splendore, ed escono dalla tua essenza infiniti torrenti di Luce che nutriscono il tuo spirito infinito. Questo infinito spirito tutte le cose nutre e appresta il tesoro inesauribile di sostanza sempre pronta per la generazione che la lavora e che si appropria delle forme di cui tu fin da principio l’hai impregnata. Da questo spirito traggono anche origine i santissimi Re che circondano il tuo trono e formano la tua corte, o Padre universale, o unico, o Padre dei felici mortali ed immortali.
Tu hai creato in particolare delle potenze che sono meravigliosamente simili al tuo eterno pensiero, alla tua adorabile essenza; tu le hai collocate al di sopra degli angeli che annunciano al mondo le tue volontà; infine tu ci hai posto nel terzo rango del nostro impero elementare. Ivi nostro compito continuo è quello di lodarti e di adorare i tuoi desideri; ivi bruciamo senza possa nella continua aspirazione di possederti. O Padre. O Madre, delle Madri la più tenera! O Archetipo ammirabile della maternità e del puro amore! O Figlio; Fiore dei figli! O Forma di tutte le forme, anima, spirito, armonia, e numero di tutte le cose! Amen!

Si esorcizza la terra con l’aspersione dell’acqua, col soffio e col fuoco, coi profumi adatti a ciascun giorno e con l’orazione degli Gnomi.

Orazione degli Gnomi.

O Re invisibile che avete preso la terra per appoggio e ne avete scavati gli abissi per riempirli della vostra onnipotenza; voi il cui nome fa tremare le volte del inondo, voi che fate colare i sette metalli nelle vene della pietra, monarca delle sette luci, remuneratene degli operai di sotterra, portateci all’aria desiderabile e nel regno della luce. Noi vegliamo e lavoriamo senza tregua, cerchiamo e speriamo per le dodici pietre della santa città, per i talismani che sono sepolti, per il chiodo di magnete che attraversa il centro del mondo. Signore, Signore, Signore, abbiate pietà di coloro che soffrono, allargate i nostri petti, liberate ed alzate le nostre teste, ingranditeci. O stabilità e movimento, o giorno avviluppato dalla notte, o oscurità velata di luce! O maestro che non trattenete mai per voi il salario dovuto ai vostri operai! O canditezza argentina! O splendore dorato! O corona di diamanti vivi e melodiosi! O voi che portate al dito il cielo come fosse un anello di zaffiro, voi che nascondete sotto terra, nel regno delle pietre preziose, la meravigliosa semenza delle stelle, vivete, regnate, e siate l’eterno dispensatore delle ricchezze di cui ci avete fatti custodi. Amen.

Si deve poi osservare che il particolare regno degli gnomi è al Nord, quello delle salamandre al Sud, quello delle silfidi ad Oriente e quello delle ondine ad Occidente. Essi hanno influenza sui quattro temperamenti dell’uomo, e cioè: gli gnomi sui melanconici, le salamandre sui sanguigni, le ondine sui flemmatici e le silfidi sui biliosi. Loro simboli sono: i geroglifici del toro per gli gnomi, e loro si comanda con la spada; del leone per le salamandre e loro si comanda con la bacchetta forcuta o col tridente magico; dell’aquila per le silfidi e loro si comanda con i santi pentacoli; in fine dell’acquario per le ondine e si evocano con la coppa delle libazioni. I loro sovrani sono: Gob, per gli gnomi; Diin per le salamandre; Paralda per le silfidi, e Nicksa per le ondine.

Quando uno spirito elementare venga a molestare o almeno a disturbare gli abitanti di questo mondo, si dovrà scongiurarlo per l’aria, l’acqua, il fuoco e la terra, soffiando, aspergendo, bruciando dei profumi e tracciando sulla terra la stella di Salomone ed il sacro pentagramma. Queste figure dovranno essere perfettamente regolari e fatte sia col carbone del fuoco consacrato, sia con un giunco2si deve intendere la pianta acquatica di questo nome. intinto in diversi colori che si mescoleranno con magnete polverizzato. Poi, tenendo in mano il pentacolo di Salomone, e prendendo volta a volta la Spada, la Bacchetta e la Coppa si pronuncerà in questi termini ed a voce alta lo scongiuro dei quattro.

Caput mortuum, imperet tibi Dominus per vivum et devotum serpentem.
Cherub, imperet tibi Dominus per Adam Jotchavah! Aquila errans, imperet tibi Dominus per alas Tauri. Serpens, imperet tibi Dominus, tetragrammaton per angelum et leonem!
Michael, Gabriel, Raphael, Anael.
Fluat Udor per spiritum Eloim.
Maneat Terra per Adam Iot-Chavah.
Fiat Firmamentunt per lahuvehu-Zebaoth.
Fiat luditium per ignem in virtute Michael.
Angelo dagli occhi morti, obbedisci o scola assieme a quest’acqua santa.
Toro alato, lavora o ritorna alla terra se non vuoi che ti trapassi con questa spada.
Aquila incatenata, obbedisci a questo segno o ritirati dinanzi a questo soffio.
Serpente movente, striscia a’ miei piedi o sii tormentato dal fuoco sacro e svanisci in evaporazione coi profumi che vi abbrucio.
Che l’acqua torni all’acqua; che il fuoco abbruci; che l’aria circoli; che la terra ricada sulla terra in virtù, del pentagramma che è la stella del mattino, ed in nome del tetragramma che sta scritto al centro della croce luminosa. Amen.

Il segno della croce, adottato dai cristiani, non appartiene loro esclusivamente. Anch’esso è cabalistico e rappresenta le opposizioni e l’equilibrio quaternario degli elementi. Dal versetto occulto del Pater, che abbiamo segnalato nel Dogma, vediamo che vi erano anticamente due maniere di farlo, o almeno due formule ben diverse per caratterizzarlo: l’una riservata ai sacerdoti ed agli iniziati, l’altra accordata ai neofiti ed ai profani. Così, ad esempio, l’iniziato portando la mano alla fronte diceva: A te; poi aggiungeva: appartengono, e continuava portante la mano al petto: il regno; poi alla spalla sinistra: la giustizia; poi alla spalla dritta: e la misericordia.

Poi si riunivano le due mani aggiungendo: nei cicli generatori Tibi sunt Malcut et Geburah et Chesed per aeonas. Segno di croce assolutamente e magnificamente cabalistico, che le profanazioni dello gnosticismo hanno fatto del tutto perdere alla Chiesa militante ed ufficiale.

Questo segno fatto a questa maniera deve precedere e terminare lo scongiuro dei quattro.

Per domare ed asservire gli spiriti elementari non si deve mai cedere ai difetti che li caratterizzano. Così mai uno spirito leggero e capriccioso potrà dominare le silfidi; mai una natura molle e fredda e mutevole comanderà alle ondine; la collera irrita le salamandre e la cupida grossolanità fa quelli che le sono asserviti preda degli scherni degli gnomi.

Ma è necessario essere pronto ed attivo come le silfidi, flessibile ed attento alle immagini come le ondine, energico e forte come le salamandre, laborioso e paziente, come gli gnomi: in una parola bisogna vincerli nella loro forza senza mai farsi vincere dalle loro debolezze.

Quando si sia ben rafforzati in questa disposizione il mondo intero sarà soggetto all’operatore istruito, Egli passerà nell’uragano, e la pioggia non bagnerà, la sua testa; il vento non muterà una piega del suo vestito; egli varcherà il fuoco senza essere bruciato; egli camminerà sull’acqua e scorgerà i diamanti nella profondità della terra. Queste promesse, che potrebbero sembrare iperboliche, non lo sono che per l’intelligenza del volgo; se il saggio infatti non compie materialmente ed esattamente le azioni che queste frasi esprimono ne farà delle ben più mirabili e grandiose. È pertanto indiscutibile che con la volontà si possono, in certa misura, dirigere gli elementi e realmente cambiarne o arrestarne gli effetti.3OLCOTT, Histoire de la Société Theosophique.

Ad esempio, perché, se è pure provato che talune persone perdano, in istato d’estasi, parte del loro peso, deve essere impossibile il camminare o scivolare sulle acque? Le convulsionarie di S. Medardo non sentivano né il fuoco né il ferro, e, sollecitavano, come un aiuto, i colpi più violenti e le più incredibili torture. Le strane ascensioni e il prodigioso equilibrio di certi sonnambuli non sono una rivelazione di queste forze nascoste della natura? Ma noi viviamo in un secolo in cui non si ha il coraggio di confessare i miracoli di cui si è testimoni, e se qualcuno ci venisse a dire: « ho veduto e fatto io stesso le cose che vi narro», gli si direbbe: «voi volete ridere a nostre spese o siete malato ». Val meglio dunque tacere ed agire.

I metalli che corrispondono alle quattro forme elementari sono l’oro e l’argento per l’aria, il mercurio per l’acqua, il rame ed il ferro per il fuoco, e il piombo per la terra. Se ne compongono dei talismani relativi alle forze che rappresentano e agli effetti che ci si propone di ottenerne.

La divinazione per mezzo delle quattro forme elementari, che si chiama aereomanzia, idromanzia, piromanzia e geomanzia, si opera in varie maniere tutte dipendenti dal volere e dal translucido o immaginazione dell’operatore.

I quattro elementi non sono in realtà che dei mezzi per aiutare la seconda vista. La seconda vista è la facoltà di vedere nella luce astrale.

Questa seconda vista è naturale come la prima vista o vista sensibile ed ordinaria; ma non è possibile servirsene senza l’astrazione dei sensi.

I sonnambuli e gli estatici godono naturalmente della seconda vista; ma essa è tanto più lucida quanto più completa è l’astrazione.

L’astrazione si produce per mezzo dell’ebbrezza astrale, cioè per una sovrabbondanza di luce che satura completamente e di conseguenza rende inerte lo strumento nervoso.

I temperamenti sanguigni sono maggiormente disposti all’aereomanzia, i biliosi alla piromanzia, i linfatici all’idromanzia e i melanconici alla geomanzia.

L’aereomanzia è confermata dall’oneirornanzia o divinazione per mezzo dei sogni; si supplisce alla piromanzia per mezzo del magnetismo, all’idromazia con la cristallomanzia e alla geomanzia con la cartomanzia. Sono trasformazioni e perfezionamenti di metodo.

Ma la divinazione, in qualunque modo la si operi, è pericolosa, o per lo meno inutile, giacché ha per effetto di scoraggiare la volontà, e di conseguenza, vincola la libertà e affatica il sistema nervoso.

 

Note   [ + ]

I Sette Saggi nelle Tradizioni antiche

Nei miti antichi e nelle leggende ci si imbatte di frequente nel topos dei “sette saggi”. In genere sono uomini straordinariamente sapienti che hanno il compito di guidare l’intera umanità, nella leggenda rappresentata metaforicamente dagli abitanti di una determinata città, di una determinata regione o di una intera nazione. In quasi tutte le tradizioni, poi, le vicende di questi uomini è legata all’elemento acqueo, espresso a volte come diluvio e altre come oceano o abisso.

Ne troviamo traccia ad esempio nella tradizione indiana: nei Rig Veda sono i sette Rishi che vengono posti in salvo da Manu, grazie all’aiuto del pesce Matsya, durante un grande diluvio che minaccia di estinguere l’intera umanità. Ma anche altre culture conservano un mito o un poema epico che parla di sette uomini saggi che sono modello o ispirazione per l’intera popolazione: lo troviamo presso gli antichi Babilonesi, i Sumeri, l’antica Cina e anche presso gli antichi Greci.

I Rishi

Manu e il pesce MatsyaLa tradizione vedica indiana annovera diversi rishi (dal sanscrito Ṛṣi, “saggio”). Esso sono considerati poeti e veggenti, autori dei Veda, i libri sacri della antica cultura indiana. Secondo la tradizione essi sono i «nati dalla mente di Brahma».

I più noti, quelli a cui si accennava nel mito del pesce Matsya, sono i Saptarishi, che significa letteralmente “i sette Rishi”, e sono la personificazione delle altrettante stelle che compongono la costellazione dell’Orsa Maggiore.

Il loro compito è quello di guidare l’umanità nel kalpa presente, in particolare nell’epoca del Kali Yuga.

Gli Apkallu

apkalluNell’antica cultura babilonese gli Apkallu sono descritti come semi-dei, creati dalla divinità suprema Enki (o Ea), metà uomini e metà pesci (nel periodo neoassiro sono invece rappresentati spesso come uomini-aquila), emersi dall’Apsû, l’oceano primordiale.

Il loro compito è quello di insegnare agli uomini le arti e i mestieri (i Me), oltre che portare i germi della moralità per la convivenza sociale. Sono rappresentati anche come sacerdoti di Enki, per sottolineare il loro particolare legame sacro con la divinità.

I Sette Saggi del bosco di bambù

La tradizione cinese riporta di sette studiosi, musicisti e letterati che vissero molto probabilmente attorno al II secolo d.C. Sebbene esistano documenti storici riguardo l’esistenza singola di ciascuno di loro, non esiste invece una prova di alcuna connessione tra di loro. Essi vengono idealmente raggruppati sulla base della loro appartenenza spirituale alla scuola taosta di Qingtan, durante il regno Cao Wei.

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Con il tempo essi sono divenuti il simbolo lotta contro la corruzione e gli intrighi politici dell’opprimente corte della dinastia Jin (epoca dei Tre Regni), che oltretutto supportava il confucianesimo. Il mito che crebbe attorno a loro vuole che, per sfuggire a tutto ciò, essi si rifugiarono in un bosco di bambù che cresceva vicino la casa di  Ji Kang, nello Shanyang (ora provincia dello Henan), dove vivevano in semplicità, gioia e preghiera, criticando i costumi corrotti dell’epoca con poemi e altre opere artistiche.

Per tale ragione vennero osteggiati dal regime di allora, e divennero il simbolo della pratica e insegnamento delle virtù morali, come si può trovare anche nelle altre culture.

I Sette Savi

Sette Sapienti GreciSpostandoci verso occidente e verso la nostra epoca, le tracce di tale mito si perdono, ovvero cambiano forma, pur mantenendo un messaggio analogo. In epoca greca Platone, che era iniziato ai Misteri, nel suo dialogo Protagora incentrato sulla virtù e sulla sua insegnabilità, fa riferimento a un gruppo di sette uomini – vissuti tutti in epoche differenti tra loro – che a suo dire hanno in comune l’amore per la filosofia alla maniera degli Spartani.

Questi uomini vengono pertanto annoverati come i padri morali della filosofia, in quanto la loro vita e la loro opera, nonostante non si possa ancora definire filosofia in senso stretto (la si fa iniziare per convenzione da Talete, l’unico della lista a essere effettivamente filosofo per i canoni attuali), viene additata come esempio da imitare.

Dice Platone:

[343] Tra questi c’erano Talete di Mileto, Pittaco di Mitilene, Biante di Briene, il nostro Solone, Cleobulo di Lindo, Misone di Chene, e il settimo tra loro si narra che fosse Chilone di Sparta. Tutti questi erano ammiratori, amanti e seguaci dell’educazione spartana: chiunque, dai detti brevi e memorabili che ciascuno di loro pronunciò, potrebbe comprendere che la loro sapienza era di origini spartane. Costoro, riunitisi insieme, consacrarono come primizia della loro sapienza ad Apollo nel tempio di Delfi queste iscrizioni che tutti celebrano, «Conosci te stesso» e «Nulla di troppo». Per quale motivo dico queste cose? Perché questo era lo stile della filosofia degli antichi: una brevità spartana. Privatamente si ripeteva anche questo detto di Pittaco, molto lodato dai sapienti: «È difficile essere onesti». Simonide, dunque, desideroso di essere annoverato fra i sapienti, capì che se avesse superato questo detto, come un celebre atleta, e lo avesse vinto, sarebbe stato famoso tra gli uomini del suo tempo. Contro tale detto, quindi, e per questo motivo compose questo canto, volendo sottrargli ogni valore, come mi sembra.

A prescindere dalla lista dei nomi, che nei secoli cambia sensibilmente, il fatto importante è che Platone faccia riferimento a una filosofia “anteriore”, di cui gli abitanti di Sparta sono gli ultimi poratori. E che essa sia modello non solo della virtù in quanto esercizio di perfezionamento individuale, ma anche come elemento fondante della polis e del vivere armoniosamente in comunità.

L’epoca greca segna il passaggio da un’epoca in cui il mito, come portatore di verità in immagini, è ancora efficace nelle anime degli uomini, a un’altra in cui il pensiero razionale che si va poco a poco formando necessita di esperire la realtà in concetti, che poggino ancora però su di un sostrato sensibile.

* liberamente tratto da http://www.messagetoeagle.com/mystery-of-the-seven-sages-in-ancient-myths-and-legends/

Solstizio a Stonehenge

Solstizio d’Inverno

I solstizi, o porte solstiziali, sono i momenti dell’anno in cui il Sole si trova alla massima o alla minima declinazione, a seconda che siamo in estate o in inverno. Nella tradizione greca classica il Solstizio d’Estate, che avviene il 21 giugno quando il Sole entra nel segno zodiacale del Cancro, era detto Porta degli Uomini, mentre quello d’Inverno, che accade il 21 dicembre quando il Sole entra nel segno del Capricorno e si allinea alla Terra in perielio, sull’asse maggiore dell’orbita, era detto Porta degli Dei.

Riguardo a quest’ultimo, esso cade in un mese che ai tempi della Roma Antica era denso di festeggiamenti. Infatti a dicembre si celebravano nell’ordine:  i Saturnalia dal 17 al 24 dicembre; gli Angeronalia il 21 dicembre e infine il Dies Natalis Solis Invicti il 25 dicembre,1Istituito dall’Imperatore Aureliano nel 274 d.C. giorno in cui si riteneva che il Sole rinascesse a causa dell’apparente inversione del suo moto.

Prima della diffusione del culto del dio Sole, nella tarda epoca imperiale, le divinità che sovrintendevano a queste festività erano: Saturno, Angerona e Giano. Vediamo ora una breve esposizione delle qualità di ciascuna divinità.

Di queste Saturno è sicuramente la più nota rispetto alle altre. Secondo Esiodo egli fu il Signore dell’Età dell’Oro, quella in cui:

Gli dei immortali … fecero una stirpe aurea di uomini mortali, che vissero al tempo di Crono. Essi vivevano come numi, senza dolori, senza fatiche, senza pene. Non gravava su di loro la vecchiaia … si rallegravano in conviti in assenza di ogni male … avevano ogni sorta di beni: la terra fertile produceva spontaneamente frutti ricchi e copiosi. Benevoli e pacifici, abitavano nelle loro terre ricchi di greggi e amati dagli dei beati…2Esiodo, Le opere e i giorni, Garzanti, Milano 2006.

In quest’epoca mitica egli fu accolto proprio da Giano nel Lazio, la Saturnia Tellus3«Salve magna parens frugum, saturnia tellus, magna virum» (Salve terra di Saturno, grande genitrice di frutti e di uomini). Cfr. Virgilio, Georgiche, II 173. di virgiliana memoria, immortalata anche nell’Ara Pacis di Roma, e qui regnò come primo re d’Italia, dopo essere stato spodestato dal figlio Giove. In questo senso Saturno diviene in Italia una divinità agricola, a simboleggiare l’armonia e l’unità dell’uomo con il divino.

satAnche dal punto di vista dell’etimologia è possibile trovare in Saturno questo nesso con l’agricoltura, in quanto potrebbe derivare da satus che viene tradotto con “semina”, ma anche “saturo”, che allude invece a “pienezza” o pleroma, il mondo della luce opposto a quello delle tenebre. Nella corrente ermetica, invece, il nome di Saturno viene fatto risalire al radicale sanscrito sat – essere; in effetti ciò che la tradizione greco-romana chiamava “regno di Saturno” è analogo al cosiddetto Sathya Yuga, termine con il quale in India si indica un’epoca del tutto simile all’Età dell’Oro.

Secondo il mito, la detronizzazione di Saturno ha come conseguenza l’inizio del tempo: gli uomini iniziano a invecchiare, il tempo a divorare qualsiasi cosa nel ciclo di morte e rinascita. Si deve probabilmente a ciò il fatto che Saturno venga associato al piombo. In  realtà Saturno è tanto l’oro quanto il piombo: a riprova di ciò la tradizione alchemica insegna che è proprio nel piombo che va cercato l’oro.

Le feste dei Saturnalia che precedevano il Solstizio erano un rituale di matrice carnevalesca, ben simboleggiato da questo processo alchemico, che voleva commemorare l’antica età dell’Oro. Nelle notti più lunghe dell’anno infatti, quelle in cui il sole (Oro) sembra essere vinto dalla oscurità (Piombo) della notte invernale, il mondo viene sconvolto dal caos. L’ordine sociale, che anticamente era un riflesso delle gerarchie celesti, veniva sovvertito. Per una settimana4In origine i Saturnalia venivano celebrati solo il 17 dicembre, poi furono estesi all’intera settimana dal 17 al 24., i servi diventavano padroni e viceversa; cadevano le regole e i vincoli morali, e si eleggeva una specie di re carnevalesco: il saturnalicius princeps, la cui effige veniva portata per le strade. Durante tutto il periodo i tribunali e le scuole erano chiusi; era proibito iniziare o partecipare a guerre, stabilire pene capitali ed esercitare qualsiasi attività che non fosse un festeggiamento. Alla fine delle celebrazioni, tutto ritornava alla normalità e tornava e regnare il “silenzio”.

angerona

Di lì a poco, infatti, venivano celebrati i Misteri di Angerona, che probabilmente è la dea meno conosciuta del pantheon romano. Essa veniva rappresentata con il capo velato e soprattutto con un dito sulle labbra chiuse, ad indicare il silenzio. Questo atteggiamento è in stretta relazione con l’essenza stessa dei Misteri, dei quali Angerona era la protettrice.5La tradizione vuole anche che ella proteggesse il Nome Segreto di Roma, affinché i nemici non potessero mai scoprirlo e quindi non potessero mai conquistarla. Essendo anche la dea del silenzio e dei segreti incomunicabili, era la protettrice per antonomasia degli iniziati, i cosiddetti mystes.

Durante gli Angeronalia, che si celebravano nel giorno in cui il Sole astronomicamente si trova al suo minimo, i Pontefici osservavano un profondo silenzio e officiavano i loro sacrifici in evidente antitesi con il caos rumoroso dei Saturnalia.

Riguardo all’origine del suo nome, alcuni autori antichi ritengono derivi dal fatto che avrebbe liberato il popolo romano dall’angina, mentre altri invece sostengono che il suo culto sollevasse l’animo dall’angoscia, che è appunto un malessere interiore inesprimibile. Questa seconda ipotesi sembrerebbe in essere relazione con il giorno in cui essa veniva celebrata. Infatti il giorno del solstizio d’inverno il vero sole ri-nasce dalle tenebre e annuncia la fine delle sofferenze invernali e la ripresa del ciclo vitale della natura, indicando metaforicamente anche la fine dell’angoscia.

IanusDa ultimo Giano, conosciuto dai profani come il “dio bifronte” o “dio degli inizi”. Egli è particolarmente legato alle festività che si celebravano attorno al solstizio, come si evince anche dall’etimologia del suo nome, che si fa risalire al termine ianua, cioè porta. Il suo simbolo era la nave, emblema del viaggio (a maggior ragione di quello iniziatico) in tutte le civiltà antiche: si pensi a Odisseo, ad Argo così come alla Barca Solare dei Misteri di Iside e Osiride. Giano è colui che ha le chiavi6«Ille tenens dextra baculum, clavemque sinistra» (Egli tiene nella destra un bastone e nella sinistra la chiave), cfr. Ovidio, Fasti, I, Cap II, v. 37. che aprono e chiudono, che legano e slegano, il dio che unisce e dissolve, colui che controlla i due movimenti opposti del cosmo.

Come si può intuire da questa breve trattazione, nell’Antica Roma il mese di dicembre rivestiva una certa importanza sul piano sacro. Le celebrazioni di queste festività avevano, tra gli altri, lo scopo di evidenziare l’importanza del fluire del tempo, che non è solo quello storico del divenire (il tempo della caduta di Saturno), ma è anche quello spirituale del non-divenire (quello dell’Età dell’Oro). L’equilibrio tra queste due correnti del tempo è regolato da Giano, che apre e chiude le porte, regolando il flusso di ciò che fluisce da e verso di esse. Il nostro presente, l’hic et nunc, in ogni momento e in ogni luogo, è allora il punto di contatto tra ciò che qui in Basso diviene e ciò che in Alto “sdiviene”, tra ciò che è Attimo e ciò che è Eternità.

infinto

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