Evoluzione del valore: la teologia e l’ideologia

…la nostra conoscenza è talmente debole che nessun
filosofo ha mai potuto investigare in modo esaustivo la
natura di una singola mosca…

Tommaso d’Aquino – Symbolum, proemium

 

Nella storia del pensiero umano assistiamo, nella seconda metà del XIII secolo, all’affermazione netta della teologia, in quanto valore assoluto al quale anche la ragione, in caso di contrasto con essa, deve sottomettersi. Questo è avvenuto principalmente ad opera di un grande maestro del pensiero: Tommaso d’Aquino, il più eminente filosofo dell’epoca e per molti secoli a venire, che ebbe ad affermare ciò al culmine della stesura della Summa Theologiae.

Nel periodo storico in cui egli vive, con il termine filosofia1 si intendeva un sistema di concezioni per lo più di tipo platonico e neoplatonico, che i Padri della Chiesa avevano elaborato nei primi secoli del cristianesimo, che era tutt’uno con la fede. Nei secoli precedenti a Tommaso, il tentativo di comprendere la realtà, l’essere e l’esistenza partiva proprio dalla fede, in particolare dalla grazia, attraverso la quale Dio instilla nell’uomo l’anelito alla conoscenza della verità, che lo può portare all’intuizione. Questa è intesa nel senso di illuminazione, condizione per cui la ragione trascendere i suoi limiti, ed il risultato del comprendere e del credere allo stesso tempo2.

Per Tommaso le cose stavano diversamente, e lo scopre studiando il pensiero pre-cristiano di Aristotele3. Il suo ragionamento è pressappoco questo: poiché tale sistema di pensiero era stato elaborato in assenza di rivelazione e conoscenza dei testi sacri (Antico e Nuovo Testamento), esso godeva del privilegio di essere fatto con la sola e per la sola ragione. Tanto basta a Tommaso per considerare inadeguata la vecchia forma della “filosofia nostra” e ripensare quindi la relazione tra filosofia e teologia, tra fede e ragione. Egli si trovò di fronte a due fatti: da un lato esisteva una “filosofia” completa, totalmente razionale e convincente (quella aristotelica), nata prima della fede; dall’altro una “teologia” sussistente, un modo di pensare con la fede e nella fede (quella dei Padri La sua grande opera di sintesi fu quella di mostrare l’indipendenza di filosofia e teologia e, nello stesso tempo, la loro reciprocità che, secondo il suo pensiero, va intesa in questo senso: la fede consolida, completa e illumina il patrimonio di verità che la ragione umana acquisisce. La conoscenza per Tommaso non può avvenire senza questi due imprescindibili strumenti, la fede e la ragione, che provengono entrambi dall’unica sorgente di ogni verità, il Logos divino. Con un limite, che è quello citato all’inizio.

Ma oltre a fornire un’ampia dotazione di strumenti dialettici e dogmatici ai pensatori dei secoli a venire, con la quale poter affermare (e a volte imporre) la supremazia della teologia, Tommaso apre anche una nuova via di conoscenza, che parte dal basso, ossia dagli effetti dell’esperienza sensibile, che è proprio ciò che cade sotto i nostri occhi. Un metodo di indagine, da lui definito demonstratio quia, che si rivelerà fondamentale nello sviluppo dell’indagine scientifica fino ai giorni nostri. Paradossalmente si potrebbe affermare che, nel tentativo di stabilire la supremazia della teologia con metodo razionale, Tommaso getta i semi per la crisi futura della stessa.

È noto a tutti come si è svolta la storia del pensiero e della scienza, che ha relegato sempre più la teologia a speculazione autosufficiente nella sfera della religione, e in particolare ha fatto sì che la scienza occupasse lo spazio di indagine più peculiare della teologia, ossia quello dei confini del mondo conoscibile, tanto l’infinitamente grande (si pensi all’astronomia, dove le concezioni teologiche sono sopravvissute fino al XVII secolo), che l’infinitamente piccolo.

Al pensiero scientifico, che ha raggiunto apici assoluti con l’Illuminismo prima e il Positivismo poi, si contrappone tra il XVII e il XIX secolo l’idealismo fenomenologico, che nasce anzitutto come critica al dogmatismo kantiano della concezione noumenica della realtà4 (considerata proprio da Fichte irrazionale e dogmatica) e poi per riportare la coscienza dell’individuo al centro del processo conoscitivo. In estrema sintesi: ciò che posso conoscere è il fenomeno che ho sotto gli occhi (si noti lo stesso punto di partenza di Tommaso), ma non posso conoscerlo se non prendo parte all’essenza stessa dell’oggetto che tento di conoscere.

L’idealismo quindi porta una concezione della realtà che è la conseguenza delle idee che ho su di essa, e se le idee che mi formo sono aprioristiche rispetto alla realtà materiale dei fatti storici ed economici, ecco che queste diventano ideologia. Così è infatti secondo Marx, che conia in senso dispregiativo il termine tedesco Ideenkleid (vestito di idee), che per lui sta a indicare il modo di vedere la realtà della classe dominante.

Le ideologie, in particolare quelle a noi ben note della fine del XIX secolo, laddove si sono affermate hanno spazzato via del tutto la teologia e la filosofia, intesa quest’ultima come esercizio del pensiero razionale, diventando esse stesse nuove teologie o nuovi culti, in quanto sono degenerate in idoli. In questo si sono avvalse dell’immenso potere pratico della scienza, e cioè la tecnica.

Ma anche esse, nel fare ciò, hanno gettato il germe della loro stessa caduta. Come osserva Emanuele Severino:

Nell’Unione Sovietica, per esempio, ci si accorse ad un certo punto che il marxismo intralciava il funzionamento dell’Apparato Tecnologico. Quando ognuna di tali forze – il marxismo, la Chiesa Cattolica, la democrazia, eccetera – bada soltanto a non intralciare la tecnica: allora la potenza di questa forza diventa il suo scopo. E se una certa forza non funziona come mezzo essa viene buttata via (come è accaduto, per esempio, al marxismo nell’Unione Sovietica). Se invece una certa forza funziona come mezzo tale forza viene tenuta. Ma l’uomo che originariamente era scopo quando diventa mezzo è diventato altro”.

E che il punto sia attorno alla tecnica/tecnologia, lo fece notare anche Daniel Bell, quando, prevedendo un futuro guidato da tecnologia e tecnocrati, nel 1973 ebbe a dire che:

Vedremo probabilmente un sistema nazionale di servizi basati su computer e informazione, con decine di migliaia di terminali nelle case e negli uffici agganciati a giganti computer centrali che forniranno servizi di archivio e d’informazione, permetteranno di ordinare e pagare a livello retail, e così via”.

Per concludere, si vuole qui evidenziare come i valori costituiti da teologia e ideologia, che hanno informato vicendevolmente l’agire dell’uomo nel passato, oggi siano venuti del tutto a mancare.

Da un lato questo vuoto è stato colmato da un’evoluzione della coscienza del singolo, che ha potuto realizzare come ogni ideologia, ogni sistema teologico, pur essendo portatore di verità, ha rappresentato altro che una “sfumatura” (o anche “attitudine”), circostanziata al determinato momento storico, delle facoltà pensanti di quel popolo o di quel singolo uomo.

In altre parole, se oggi ad esempio raccontassimo a un adolescente come uno stato abbia potuto vivere diversi decenni sotto l’egida del Marxismo, forse questi sorriderebbe, domandandosi che bisogno c’era di qualcosa del genere. Stessa cose se gli parlassimo dell’Inquisizione.

Ma dall’altro si aprono svariati fronti, di cui uno è il relativismo. Senza dogmi e senza idoli, non rimane altra strada che adagiarsi a una comoda, ancorché apparentemente tollerante negazione di valori assoluti, fino alle posizioni estreme di Spengler, che arriva a negare ogni morale universale.

Un altro ancora, il nichilismo. I valori sono tanto caduchi quanto artificiali.

Altra risposta ancora, ed è un fenomeno osservabile nel nostro tempo, è il neo-sincretismo che, nel tentativo di coniugare scienza, filosofia, religioni (più sono, meglio è), oriente e occidente, trasforma la sapiente minestra di verdura in cui tutti i pezzi sono ben identificabili, in un passato omogeneo dove tutto è mescolato.

Una risposta possibile a questo vuoto di valore è, perché no, la via Iniziatica, che è fenomenologica, razionale e teologica (e tutto il resto) allo stesso tempo. Provare per credere!

Note

1 I Padri della Chiesa fino a Tommaso chiamavano questo sistema, basato sulla rivelazione biblica ed elaborato con un platonismo corretto alla luce della fede, la “filosofia nostra”. In questa affermazione il termine “filosofia” non stava asignificare un costrutto puramente razionale, bensì sottintendeva una visione complessiva della realtà, costruita nella luce della fede, ma fatta propria e pensata dalla ragione; una visione che, certo, andava oltre le capacità proprie della ragione, ma che, come tale, era anche soddisfacente per essa.

2 Cfr. Agostino di Ippona

3 Tommaso, grande rivalutatore del pensiero dello stagirita, si dedica allo studio delle opere di Aristotele, durante il periodo in cui era impegnato a confutare le posizioni di Averroè rigaurdo all’anima.

4 Per Fichte postulare l’esistenza del noumeno (la cosa in sé) al di fuori dei limiti del conoscibile è irrazionale e dogmatico e porta a una frattura dualistica insanabile tra soggetto e oggetto del conoscere. Ovvero un dualismo incoerente tra chi dice io penso e l’oggetto di tale pensiero, la cui essenza si troverebbe fuori dall’ambito di azione del pensiero stesso.

Bibliografia

  • Joseph Ratzinger, discorso dell’Udienza Generale del Mercoledì 16.IV.2010, reperito sul web
  • Emanuele Severino, L’umanità della tecnica è la morte dell’uomo, www.filosofia.it
  • Daniel Bell, Articolo su il Sole 24 Ore on-line

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