Specus Alchemicus

fucina di conoscenza tradizionale (τα πάντα νούς)

Anassagora

Anassagora

Anassagora nacque a Clazomene, nella Ionia, secondo Diogene Laerzio al tempo della 70ª Olimpiade (500-497 a.C.). Nel 462 a.C. abbandonò la sua città per stabilirsi ad Atene, dove visse per circa 30 anni, stringendo amicizia con il famoso Pericle.

Nel 438 a.C. un indovino di nome Diopite fa approvare un decreto in base al quale sono perseguibili dalla legge tutti coloro che insegnano e divulgano cose empie a riguardo dei fenomeni celesti; Anassagora viene pertanto processato per aver sostenuto che il sole è una “pietra incandescente” e la luna un “corpo terroso”. Così Anassagora dovette abbandonare Atene per rifugiarsi a Lampsaco, nella Ionia, dove morì in esilio nel 428 a.C.

Anassagora, come molti altri filosofi dell’epoca, affronta il problema della costituzione del mondo fisico entro al quale viviamo, collocandosi nel contesto dei cosiddetti pluralisti, coloro cioè che pur conservando alcuni presupposti degli Eleatici (quale l’immutabilità dell’essere), si allontanano dalla concezione tipicamente eleatica dell’immobilità dell’essere: immutabile non è l’essere nel suo insieme, ma i princìpi ultimi che lo costituiscono, i quali sono – secondo Anassagora, e pure secondo Democrito – un’infinita pluralità (da qui il nome “pluralisti”).

La filosofia pluralista parte proprio dalla confutazione, o meglio dal ribaltamento delle tesi del filosofo eleatico Melisso: egli sosteneva che se l’essere fosse molteplice, il molteplice dovrebbe avere alcune caratteristiche dell’essere, quali l’eternità, l’immobilità ed altre; ma dato che non le ha, l’essere non è molteplice. I pluralisti ribaltano completamente le tesi di Melisso e dicono: dato che il molteplice esiste ed è sotto gli occhi di tutti, bisogna ammettere per forza che questi esseri molteplici abbiano le caratteristiche stesse dell’essere.

Per i pluralisti vi è dunque una molteplicità di elementi in movimento, ciascuno dei quali è immutabile: si rendono infatti conto che è contraddittorio parlare di nascita e di morte (da dove si nasce? dove si finisce una volta morti? nel non essere, il che è assurdo) e perciò chiamano morte e nascita i processi di aggregazione e disgregazione. Sono proprio i concetti di aggregazione e disgregazione che implicano la pluralità ed il movimento degli elementi: per aggregarsi e disgregarsi, infatti, devono essere diversi ed in movimento.

In particolare, Anassagora ravvisa la matrice originaria del mondo in una totalità indistinta di tutti i materiali da cui risultano costituite le cose. Questi materiali sono da lui chiamati semi originari (definiti successivamente da Aristotele omeomerie, in greco όμοιομέρειαι, da ὅμοιος, simile, e μέρος, parte) ed egli afferma, seguendo la scia degli Eleati, che non nascono nè periscono, ma permangono costanti: al di là del mutamento degli enti fenomenici, questi semi restano come sono, eterni. Egli riprende il concetto di mescolanza introdotto da Parmenide e sfruttato contemporaneamente da Empedocle: dice che ogni cosa è una mescolanza di questi semi, che però non sono visibili ad occhio nudo: prendiamo ad esempio un libro blu; noi lo vediamo blu perchè i semi di colore blu sono in netta prevalenza su quelli degli altri colori, che tuttavia sono presenti, seppure in quantità inferiore.

Probabilmente Anassagora era arrivato a trarre queste conclusioni a riguardo dei semi partendo dall’osservazione del processo di crescita degli esseri viventi mediante la nutrizione. Egli si deve essere posto questa domanda: come è possibile che il pane che noi mangiamo diventi sangue, muscoli , ossa, e così via? La risposta che egli dà a questa domanda è che tutto sta in tutto: nel pane ci sono semi di tutte le cose, quindi quando mangiamo il pane, i semi di muscoli in esso contenuto vanno ad alimentare i muscoli, mentre quelli di ossa vanno ad alimentare le ossa, e così via.

Ma come mai noi vediamo solo il pane e non tutti gli altri semi? Così come nel caso del libro noi vediamo il blu perchè c’è una prevalenza di semi blu, così nel caso del pane noi vediamo il pane perchè i semi di pane sono in maggioranza. Partendo dal visibile (il pane), arriviamo a capire l’esistenza dell’invisibile (i semi): ecco spiegato il celebre motto anassagoreo, “le cose che appaiono sono uno sguardo su quelle che non appaiono“, con il quale è messa in luce la possibilità di un’inferenza dal visibile all’invisibile. Anassagora ammette pertanto la divisibilità all’infinito, senza che sia mai possibile raggiungere un minimo.

Anassagora è inoltre convinto che dalla totalità indistinta di tutti i semi non si sia formato soltanto il nostro mondo, ma anche altri mondi pure abitati da uomini e da esseri viventi. ne consegue che per Anassagora il nostro mondo non è il centro del cosmo, così come coloro che lo abitano. Resta però da spiegare come avvenne la transizione dalla totalità originaria alla pluralità dei mondi nelle loro differenziazioni. Questa transizione richiede un movimento, ma da che cosa dipende tale movimento?

Qui subentra quella che già a Platone e ad Aristotele era sembrata la maggiore innovazione di Anassagora, anche se ai loro occhi non sufficientemente sfruttata. Anassagora infatti introduce un intelletto cosmico, il nous (νοῦς), come agente dell’impulso originario di questo movimento. Aristotele ci parla di questo nous nella Fisica: ciò che più emerge è il fatto che questo intelletto cosmico è un potere assoluto, separato da tutto e per questo non impacciato o condizionato da nulla e quindi capace di sottoporre tutto al suo dominio. È proprio questo potere che consente al nous di dare origine alla formazione e alla progressiva differenziazione delle cose, pur nella persistenza in tutte dei semi di ogni tipo. L’intelletto cosmico ha quindi un’intelligenza totalmente differente rispetto a quella umana: il nous ha un potere incomparabile e questo per Anassagora è dovuto al fatto che esso sia l’unica realtà data non da una mescolanza di semi. Se fosse mescolato con qualcosa sarebbe infatti impedito nella sua azione e non potrebbe pertanto imprimere il movimento iniziale alla massa originaria. Ciò non implica che per Anassagora il nous sia una sostanza spirituale, nè che esso si identifichi con la divinità. Pur chiamando questo motore originario “intelletto”, Anassagora non gli attribuì la funzione di progettare secondo un fine e precisamente in vista del meglio.

La principale differenza rispetto ad Empedocle è che non ci sono due forze opposte che aggregano e disgregano, inoltre la concezione del nous anassagoreo non nè ciclica nè pendolare (come lo era invece quella di Empedocle), bensì unidirezionale (entropica), cioè non è possibile tornare alla situazione di partenza. Dunque per Anassagora si parte da questa totale mescolanza dei semi (da lui chiamata migma, dal verbo mignumi, mescolare), entro la quale interviene il nous che imprime un movimento al tutto, ma senza aggregare o disgregare totalmente il migma.

La critica che Platone e soprattutto Aristotele rivolgono ad Anassagora e quella di non aver introdotto una finalità, o scopo ultimo, che giustifichi l'azione iniziale del nous, ma essa probabilmente deriva dal differente significato attribuito al termine nous stesso, che ai tempi di Anassagora veniva utilizzato nel senso di "anima vitale". Probabilmente Anassagora non intendeva con nous un'intelligenza divina finalistica, ma semplicemente il fatto che dove c'è movimento c'è vita, rimanendo quindi lontano dal piano teleologico che tanto Platone che Aristotele ricercano nel nous.

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