Utriusque cosmi - Robert Fludd

Il Gabinetto di Riflessione

In Massoneria il Gabinetto di Riflessione è il luogo dove tutto ha inizio. È il luogo oscuro che sta in corrispondenza analogica con la putrefactio alchemica (Opera al Nero o nigredo), che segna l’inizio di una possibile nuova vita e che deve ineluttabilmente passare per la morte. La Grande Opera, infatti, non è soltanto trasmutazione dei metalli, ma vera medicina universalis, capace di porre rimedio a tutti i mali, compresa la morte.

Senza morte, però, non può esservi palingenesi alcuna, come scopre purtroppo Nicodemo, recandosi “di notte” a vistare il Cristo:

«In verità, in verità ti dico che
se uno non è nato di nuovo,
non può vedere il regno di Dio»1

e nella via iniziatica massonica, detta anche via secca, tale rigenerazione non può prescindere da quella morale.

In questo senso, la definizione di “prova della terra” che tradizionalmente si dà al momento di isolamento che si vive nel Gabinetto di Riflessione, si ricollega alla tradizione iniziatica degli Antichi Misteri, dai Culti di Menfi, passando per quelli Orfici, fino a quelli di Eleusi, nei quali si celebravano i misteri legati al mito di Demetra e della figlia Persefone, la cui simbologia rimanda evidentemente al ciclo vegetativo del seme piantato nella terra che, come quest’ultima, deve trascorrere parte della sua esistenza sotto terra (ovvero nel regno degli inferi retto da Ade) per poi riemergere sotto forma di pianta e diventare spiga.

Il candidato ai misteri eleusini, dopo aver subito una purificazione, caratteristica dei cosiddetti Piccoli Misteri, celebrati generalmente in primavera, riceveva via via tutti i gradi dell’iniziazione (μύησιν – myesìn dal verbo myesis: “atto di tener chiuse le labbra”), da quello di mystes fino a quello di epoptái (da εποπτειας – epoptía, che significa contemplazione), solo dopo aver superato prove tremende che richiedevano coraggio e forza fuori dal comune.

In ogni culto, mito o poema epico che ci è stato tramandato, il viaggio dell’iniziato o dell’eroe laddove non inizia con la prova della terra, o catàbasi2, la prevede come tappa fondamentale per lo svolgersi delle successive gesta. È così nel mito di Orfeo e Euridice, nella dodicesima fatica di Eracle3 o nel Libro XI dell’Odissea, quando Ulisse scende agli inferi per incontrare il vate Tiresia, o ancora nell’Eneide, quando la Sibilla conduce l’eroe in un selva (che rimanda direttamente alla selva oscura della Commedia dantesca), alla ricerca del ramo d’oro, viatico per il viaggio agli inferi che egli si accinge a compiere.

E così fino al poema di Dante, dove si assiste anzitutto a una novità: a differenza dei miti greci, dei poemi Omerici o dell’Eneide di Virgilio, non c’è un eroe che intraprende il viaggio, ma è il poeta stesso a farlo, come a significare che la vicenda che vi si narra riguarda (potenzialmente) ogni singolo individuo. In secondo luogo, alla discesa agli Inferi vengono fatte seguire poi Resurrezione e Ascesa al Cielo dall’altro, come due fasi inverse e complementari alla prima. Ciascuna di queste fasi costituisce preparazione necessaria alla successiva, come si deduce facilmente associandole alle fasi della Grande Opera ermetica: all’Opera al Nero (nigredo) segue l’Opera al Bianco (albedo), per concludersi poi con l’Opera al Rosso (rubedo). E non poteva essere diversamente, in quanto il messaggio simbolico contenuto nella Commedia, che esiste per esplicita affermazione di Dante stesso, sebbene nascosto e accessibile solo a chi ha un “sano intelletto”, e che dice:

O voi ch’avete li ‘ntelletti sani,
mirate la dottrina che s’asconde
sotto ‘l velame de li versi strani.4

avviene storicamente dopo gli eventi del Golgota.

Quale sia la materia da rettificare, invece, lo indicano le tre fiere che si oppongono al tentativo di Dante di salire sopra un colle: la lonza (lince), allegoria della lussuria, il leone, simbolo della superbia, e la lupa, che rappresenta l’avidità; tre vizi che, secondo la concezione medievale della morale, stanno alla base di ogni altra forma di male.

L’ambito della prova, come già affermato, è senza dubbio alcuno morale: nessuna conoscenza (ovvero il tentativo di salita di Dante sul colle) può aver luogo se non si compiono i necessari passi nella moralità, conquistata al prezzo della sconfitta delle tre bestie. Sia di monito però l’allegoria stessa, della Commedia, poiché la loro sconfitta non avviene a seguito di un combattimento, ma alla fine di un percorso il cui primo passo consiste nello sprofondamento all’Inferno.5

Anche la frase che si trova iscritta nella parete sud: “SE TIENI ALLE DISTINZIONI UMANE VATTENE!” e lo scheletro dipinto nella parete nord alludono a un processo di spoliazione di sé che parta dall’esteriorità e arrivi fino all’intima costituzione di noi stessi, simboleggiata proprio dallo scheletro, che è archetipo è allo stesso tempo riflesso delle Leggi Universali che vivono in noi; leggi che potremo comprendere solo dopo aver percorso almeno un tratto del cammino iniziatico.

Note

1. Giovanni III, 3

2. Dal greco κατάβασις da κατα – giù e βαίνω andare, ossia discesa agli inferi.

3. Nell’ultima delle sue dodici fatiche, Eracle deve sconfiggere il feroce cane Cerbero per portarlo da Euristeo, a Micene. Dopo aver ottenuto da Ade il permesso di portarlo via a condizione di combatterlo da solo e senza armi, Eracle loaffronta e arriva quasi a strangolarlo. In seguito lo riporta nell’Ade perché riprenda a farne la guardia.

4. Dante, Inferno, IX, 61-63

5. Virgilio dice infatti a Dante che è impossibile affrontare la bestia (ovvero le bestie), ma conviene passare per un’altra
strada, che porta alle interiora della Terra, dove simbolicamente è collocato l’Inferno:

«A te convien tenere altro viaggio», 91
rispuose, poi che lagrimar mi vide,
«se vuo’ campar d’esto loco selvaggio:
ché questa bestia, per la qual tu gride, 94
non lascia altrui passar per la sua via,
ma tanto lo ‘mpedisce che l’uccide;

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