La parola e il silenzio

Parola e silenzio sembrano concetti tra loro antitetici. L’apparente ossimoro si fonda anzitutto sulla concezione “parziale” di parola che si riferisce solo quella espressa. Cornelio Agrippa però, nella sua Filosofia Occulta, dice che:

Il verbo è duplice, cioè interiore e proferito.1E. C. Agrippa di Nettesheim, De Occulta Philosophia, Libro I, “Dei discorsi e del potere delle parole”.

Poi prosegue dicendo che la parola interiore è una concezione spirituale e animica che ha la stessa potenza di quella proferita e che differisce dalla seconda solo per il fatto che è prodotta senza l’ausilio della voce. La parola pronunciata, prosegue Agrippa:

[…] scaturisce dalla proprietà pronunciativa e si produce col respiro, con lo schiudere delle labbra, col movimento della lingua, avendo voluto madre natura darci il mezzo di manifestare il nostro pensiero a coloro che son capaci di intenderlo.2Ibid.

Da quest’ultima affermazione ne segue che, scopo principale della parola proferita, è quello di costituire un legame tra colui che parla e colui che ascolta, cioè ciò che chiamiamo comunicare. Comunicare significa infatti “mettere in comune”, o anche “creare comunione” (di concetti, di sentimenti, di volizioni), ovvero creare comunità.

La parola proferita è strumento per costruire comunità di uomini.

Domandiamoci allora come sia possibile creare comunità senza parole. Esistono infatti comunità che fondano la loro esistenza proprio sul silenzio (si pensi alle comunità claustrali), concetto al quale normalmente associamo la mancanza di parole. Ma nel senso di Agrippa appena esposto dovremmo precisare: mancanza di parole proferite.

Osserviamo allora il termine silenzio. Esso deriverebbe dal gotico silan, che a sua volta discenderebbe dalla radice indoeuropea SI-, che ha il significato di legare. Si può quindi intendere metaforicamente il silenzio come un laccio che impedisce al suono, rumore o parole formata che sia, di venire emesso.

Nell’accezione di Agrippa, dovremmo allora parlare analogamente di silenzio interiore e silenzio esteriore, se lo riferiamo rispettivamente alla parola interiore o a quella proferita.

Il primo tipo di silenzio corrisponde quindi all’assenza di parole interiori, ossia di moti interiori dell’anima. Da questo punto di vista notiamo che la quasi totalità delle vie iniziatiche – sia orientali che occidentali – pone questa condizione interiore alla base del cammino evolutivo: si parla allora di concentrazione, meditazione e altri stati di coscienza interiori che derivano dalla capacità di aver posto un freno ai tumulti interiori, siano essi pensieri, sentimenti o volizioni.

Il secondo silenzio invece corrisponde all’assenza di parole proferite. Ma questa condizione non vieta di creare parole interiori che, come dice Agrippa, hanno lo stesso identico potere di quelle proferite. Ma se hanno lo stesso potere, questo implica che possono portare a raggiungere lo stesso scopo che viene attribuito alle parole proferite.

È in questo senso che il silenzio spesso imposto agli adepti delle vie iniziatiche – tanto orientali che occidentali (si pensi alla Scuola Pitagorica) – viene riferito come “silenzio attivo” o “silenzio partecipe”: un’assenza di parole proferite non vieta infatti di avere parole interiori, anche se, queste ultime, si dovrebbero però “accordare” armonicamente a quelle che gli altri confratelli proferiscono.

Questo accordo armonico, poi, richiede che l’iniziato distilli quei tumulti interiori che sorgono ogni volta che – per quanto riguarda l’udito – ascoltiamo una parola proferita da altri, per giungere a proferire interiormente la parola più appropriata a quanto ascoltato. Possiamo vedere questo come uno dei tanti aspetti di quel percorso che in Massoneria viene chiamato simbolicamente “levigare la pietra grezza”.

Osserviamo incidentalmente che questa distillazione non riguarda solo l’udito, ma tutto quanto giunge alla nostra interiorità anche dagli altri sensi fisici: vista, olfatto, gusto e tatto. La levigatura infatti riguarda l’interezza del nostro essere in relazione a quanto proviene dall’esterno (e naturalmente anche quanto proviene dall’interiorità).

In ultima analisi, anche questo processo di distillazione – o di accordatura interiore – è una forma di comunicazione, nel senso di partecipazione alla creazione di una comunità. In estrema sintesi: pur tacendo, sto condividendo i miei pensieri, sentimenti e volizioni con altri confratelli. Sembra paradossale, poiché il linguaggio è uno dei primi elementi – unificante e separativo allo stesso tempo – nella formazione originaria delle comunità, eppure anche la sua assenza può contribuire a formare comunità, come viene spiegato di seguito.

Queste due forme di silenzio, interiore ed esteriore, sono ben rappresentate dai due verbi che la lingua latina ha al riguardo: tacere e silère.

Il primo verbo indica la passività di fronte a un’azione negativa: tacere significa prendere coscienza di qualcosa che viene negato da sé stessi o da altri, cioè la parola proferita. Questa azione e ben resa dal verbo greco myeo, che indica proprio l’atto di chiudere la bocca nel momento stesso in cui si vorrebbe proferire parola. Facciamo notare che da questo verbo deriva la parola myste, che in greco significa proprio iniziato.

Al contrario, il secondo verbo indica una attività nel creare qualcosa di positivo, il silenzio interiore appunto, condizione necessaria per entrare in quello stato di coscienza particolare chiamato meditazione.

Ricapitolando, potremmo affermare che tacere rappresenta l’atto passivo del zittirsi esteriormente, che possiamo vedere come un arrestarsi di fronte a qualcosa su cui non siamo in grado di proferire parole adeguate, a maggior ragione dinanzi a una realtà spirituale, mentre silère è l’atto positivo e attivo del zittirsi interiormente per lasciare che ciò a cui siamo dinanzi parli al posto nostro, dopo essere penetrato in noi.

Il primo è un atto comunitario, mentre il secondo è un atto individuale.

Da ultimo un’osservazione di tipo sociale. Nelle organizzazioni umane, di qualunque natura esse siano, pubbliche o private, esistono processi di delega attraverso i quali eleggiamo qualcuno a rappresentarci in nostra vece in esse. In democrazia si è soliti chiamare questo processo rappresentatività.

Se consideriamo questi processi dal punto di vista iniziatico appena esposto, ecco che possiamo intendere una qualsivoglia elezione come il conferire a un altro essere umano il potere di proferire parole per conto nostro. Maggiore è l’accordo tra le parole interiori, tanto più forte, efficace e rappresentativa sarà la scelta fatta.

Note   [ + ]

1. E. C. Agrippa di Nettesheim, De Occulta Philosophia, Libro I, “Dei discorsi e del potere delle parole”.
2. Ibid.

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