Silenzio e meditazione

ArpocrateIl silenzio viene ordinariamente inteso come assenza di suono o rumore e come sinonimo di tacere.
L’etimo del termine, secondo il Pianigiani, è legato al gotico silan, a sua volta discendente della radice indoeuropea SI-, che significa legare. Si può quindi intendere il silenzio come un laccio che impedisce al suono, al rumore o alle parole di venire emessi.

Nella iconografia classica il silenzio è spesso associato alla divinità egizia Arpocrate, che letteralmente significa Horus Bambino, la divinità figlia di Iside e Osiride. È doveroso ricordare però, che tale associazione fu fatta dai Romani, posteriormente alla tradizione egizia, che attribuiva tutt’altri significati al dito portato alla bocca dal dio fanciullo.

Dal punto di vista della concezione ternaria dell’uomo, il silenzio è comunemente riferito solo all’ambito fisico, ossia quella condizione tutta esteriore, prerequisito indispensabile per iniziare una qualsivoglia opera di meditazione, concentrazione o semplice raccoglimento. Ma tali pratiche, ammesso che ne si conosca realmente il significato e funzionamento, avranno poco effetto se non si mette in pratica il silenzio anche sugli ulteriori piani che costituiscono l’essere uomo.

Cosa significa pertanto fare silenzio sul piano eterico? Il piano eterico è quello delle mutazioni, ovvero del divenire delle forze vitali, che ha la sua controimmagine fisica ad esempio nel sistema endocrino e nella pelle, e che permette all’uomo di avvertire il freddo e il caldo, il dolore e il piacere, la fame e la sete, e così via. Pertanto si raggiunge il silenzio di questo arto costitutivo quando si arriva a sedare tutte le sensazioni fisiche legate ai processi vitali. In pratica, al silenzio fisico, determinato dall’assenza di suoni e rumori, deve seguire il silenzio dei processi del nostro corpo fisico.

Il silenzio sul piano astrale, o animico, quello dei sentimenti e delle emozioni, implica invece la capacità di mettere a tacere il tumulto di passioni che spesso abita l’anima dell’uomo. Esso ha bisogno che nell’uomo ci sia già quiete esteriore (silenzio fisico) e un principio di quiete interiore, legata ai processi vitali, per impedire all’anima di polarizzarsi verso un bisogno fisico (fame, sete, bisogni corporali, ecc.) o una distrazione esteriore (un suono, un rumore, una voce), attività che è propria di questo arto costitivo.

Il piano ulteriore, quello dell’organizzazione dell’Io, ha la sua manifestazione nel pensiero. Il silenzio del pensare si raggiunge solo in quella eccezionale condizione in cui viene eliminato il rumore di fondo dei nostri pensieri. Ogni uomo, in normali condizioni di veglia, pensa sempre qualcosa. Il silenzio del flusso di pensieri-pensati, chiamato anche concentrazione, è condizione ardua da raggiungere, al punto che Rudolf Steiner, nel primo dei cosiddetti sei esercizi, sostiene che già realizzarlo per almeno cinque minuti al giorno è un buon inizio:

La prima condizione consiste nel conquistare un pensiero perfettamente chiaro. A questo scopo bisogna liberarsi – almeno per un breve momento della giornata, anche per cinque minuti (ma più il tempo è lungo, meglio è) – dei pensieri che si muovono come fuochi fatui. Bisogna diventare padroni del mondo dei propri pensieri. Non se n’è padroni fin quando un condizionamento esteriore (la professione, una tradizione qualsiasi, le condizioni sociali, il fatto stesso di appartenere a un certo popolo, il momento della giornata, certi gesti che noi compiamo) ci detta un determinato pensiero e il modo stesso di svolgerlo. Durante quel breve momento di cui si è detto, con una volontà del tutto libera, dobbiamo svuotare la nostra anima del corso abituale e quotidiano dei pensieri e – di nostra propria iniziativa – porre un pensiero al centro della nostra anima. Non è necessario credere che debba essere un pensiero eccezionale o di particolare interesse. Il risultato interiore che ci si propone di raggiungere si ottiene meglio se, all’inizio, ci si sforza di scegliere un pensiero anche non interessante e il più insignificante possibile. La forza dell’attività propria del pensare – che è ciò che importa – viene da ciò maggiormente stimolata, mentre un pensiero che è interessante trascina da sé il pensare. È preferibile eseguire questo esercizio di controllo dei pensieri concentrandosi su uno spillo piuttosto che su Napoleone. Ci si dice: “Parto ora da questo pensiero e di mia personale iniziativa gli associo tutto ci. che gli si può ricollegare obiettivamente”. Alla fine dell’esercizio quel pensiero deve permanere nell’anima altrettanto vivo e colorito che all’inizio. Bisogna eseguire questo esercizio ogni giorno, almeno per un mese. Si può ogni giorno scegliere un nuovo pensiero ma anche conservare lo stesso pensiero per diversi giorni.

Quando sussistano le condizioni predette, si apre all’uomo la possibilità di entrare in uno stato di coscienza particolare, nel quale è possibile porre al centro del proprio pensare un solo pensiero. Questo stato è detto meditazione, che può anche essere definita come una silenziosa preghiera senza parole o, come dice Platone, l’ardente volgersi dell’anima verso il divino.

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