Sir Isaac Newton, alchimista

di Paolo Lucarelli

[themeone_section type=”boxed” bgcolor=”#f0f0f0″ txtcolor=”dark” decotop=”” decobot=””]
Per ricordare un Maestro, che ho potuto conoscere solo indirettamente, e che il 27 settembre di quest’anno avrebbe compiuto 75 anni, pubblico questa prefazione da lui scritta per il libro di Betty Jo Teeter Dobbs su un altro grande Maestro: “Isaac Newton Scienziato e Alchimista. Il doppio volto del genio”,  uscito nel 2002 per le Edizioni Mediterranee.
[/themeone_section]

Non avremmo mai conosciuto gli aspetti esoterici della vita e del pensiero di Isacco Newton, se agli inizi del novecento i suoi ultimi discendenti non si fossero decisi a malincuore a venderne le testimonianze, tenute riservate per secoli con estrema cura.

Fu così messa all’asta da Sotheby una mole impressionate di manoscritti, che comprendevano studi di alchimia, appunti di laboratorio, letture e interpretazioni cabalistiche ed eterodosse della Bibbia, ed altri scritti, altrettanto imbarazzanti per chi aveva voluto mantenere viva ad ogni costo l’immagine di un freddo scienziato razionale, definito positivista ante litteram.

Quasi tutte le università più importanti si disputarono l’acquisto di questo materiale, interessantissimo per la storia della scienza e del pensiero newtoniano. Questi documenti affascinarono, e inquietarono, molti studiosi. Tra questi la professoressa Dobbs  che pubblicò il suo primo saggio su Newton negli anni ’70. Si intitolava “I fondamenti dell’alchimia di Newton, o la caccia al leone verde”1, ed era una splendida ricostruzione del seicento inglese e dell’interesse che l’antica arte ermetica suscitò in quell’epoca nei circoli più vivaci dal punto di vista culturale e scientifico.

Ricordo che oltre a Newton erano cultori non solo teorici dell’alchimia, personaggi famosi, fondatori di vari rami della scienza moderna, come Boyle, Van Helmont, ed altri. Questo fenomeno fu certamente favorito anche dal fatto che lo scoppio della guerra dei trent’anni in Germania aveva riversato in Londra un elevato numero di fuorusciti dal continente, molti dei quali legati al movimento rosacruciano2.

Fu il periodo in cui circolavano per Londra i manoscritti del grande e misterioso Eireneo Filalete, che non solo suscitarono grande curiosità e interesse, ma contribuirono non poco a promuovere nuovi percorsi sperimentali, sia in campo scientifico che più propriamente esoterico.
Tuttavia quel primo saggio manifestava una mancanza, quasi un’incapacità evidente della Dobbs a cogliere compiutamente il personaggio Newton nella sua effettiva profondità e nelle spinte interiori che lo avevano condotto e guidato su un cammino così eccezionale, tanto estraneo alla sua ben nota e riconosciuta attività scientifica.

L’immagine che emergeva era quella di un grande manipolatore, in fondo molto ingenuo nella lettura e nell’interpretazione  dei testi alchemici. Più un protochimico che un vero filosofo ermetico.
La stessa Dobbs – lo dichiara esplicitamente in questo nuovo libro – rimase sconcertata e insoddisfatta da quello che aveva trovato, e senti il bisogno di affrontare ulteriormente l’argomento. Lo fece, e non per poco ma per molti anni. Questa ricerca finì per essere lo scopo della sua vita, conclusa poco dopo la pubblicazione di questo libro, che è il risultato di una lunga fatica, e che, possiamo ben dire, la giustifica pienamente.

Sicuramente risultò, e risulta chiaramente da questo saggio, una dimensione profondamente religiosa e metafisica di Isacco Newton, che non solo permeò tutta la sua esistenza, ma infine fu l’unico autentico motivo dei suoi studi.

Newton cercava un contatto col divino. Ne cercava le azioni e gli effetti nel mondo della natura, nel nostro mondo. Le sue grandi scoperte di fisica, matematica, ottica, astronomia, il suo capolavoro scientifico, i “Princìpi Matematici”, con l’introduzione del concetto di forza, in particolare di forza gravitazionale, la sua rivelazione di una legge di attrazione universale che spiegava e giustificava il moto dei pianeti e di tutti i corpi celesti, non furono per lui che sottoprodotti relativamente poco importanti di una ricerca diversa, più rilevante e più elevata. La ricerca di Dio.

In questo percorso incontrò e scoprì la vera alchimia. Non quella dei “soffiatori” o dei fabbricanti d’oro, più o meno falso, ma quell’Arte Sacra e Sacerdotale che è vera filosofia ermetica, e che sola gli poteva dare strumenti teorici e metodologici per una verifica diretta, sperimentale, del trascendente.

L’autrice dimostra in modo inconfutabile la crescita parallela della ricerca alchemica di Newton con quella scientifica in senso moderno, e segue passo passo questa evoluzione con estremo rigore e una serie di documenti inoppugnabili. Non pretende di spiegare tutto, ma di tutto ha cercato le fonti, le possibili connessioni, le influenze dimostrabili e quelle probabili, con straordinaria meticolosità. Basta osservare che ogni capitolo ha non meno di un centinaio di note ed esaminare l’immensa bibliografia, per notare quanto scrupolo e fatica si nascondano dietro queste pagine. Come ho già detto, si trattò di molti anni di studio.

Il risultato è un saggio che interesserà chi si occupa di storia e di epistemologia, perché rivoluziona quell’immagine asettica della rivoluzione scientifica che la vuole nata da puri razionalisti che avevano scartato finalmente le “pseudo scienze” – come si ama definire oggi tutto ciò che appartiene all’incomprensibile e al mistero, tutto ciò che urta con la religione scientifica3 – inaccettabili per la cultura istituzionale. È chiaro: un Newton, il fondatore della scienza moderna, il grande fisico, un Newton “alchimista”, non è solo un’eresia, è una follia da nascondere, come infatti si è fatto per più di due secoli.
Il testo affascinerà anche chi ama l’alchimia, la vecchia arte ermetica, perché scoprirà un ermetismo che non è quello delle ricettine spagiriche o dei sogni nevrotici dei malati junghiani, ma un’autentica metafisica sperimentale, vorrei dire una “religione” superiore e più alta di tutte quelle essoteriche, se questa parola non fosse tanto ambigua.

A completamento di questa parte, tra l’altro, per la curiosità dei primi e l’apprendimento dei secondi, la Dobbs ha trascritto in appendice cinque manoscritti alchemici di Newton, di cui uno particolarmente teorico, e un altro che descrive esperimenti di laboratorio. Questi, che ho tradotto cercando di mantenermi il più possibile fedele agli originali, sin negli errori, nelle cancellature, nelle aggiunte tra le righe, rappresentano un documento unico nella storia dell’alchimia. Abbiamo qui una serie di manoscritti di un vero alchimista, scritti per se stesso, che non dovevano essere mai pubblicati, documenti della ricerca di uno studioso di altissimo livello quale solo un Newton poteva essere, che permettono di penetrare, come mai è stato possibile, nell’“oratorio” e nel “lab-oratorio” di un vero filosofo ermetico, nei suoi pensieri più segreti e nelle sue attività più occulte.

Vale la pena di ricordare qui un affermazione di John Maynard Keynes che, dopo aver studiato a lungo questi documenti, preparando una conferenza per il Trinity College4, tra l’altro diceva:

Dal diciottesimo secolo in poi, Newton è stato ritenuto come il primo e il maggiore degli scienziati moderni; un razionalista, uno che ci insegnò a pensare secondo le regole di una ragione fredda e senza ombre. Io invece non lo vedo sotto questa luce. E credo che nessuno di quelli che hanno frugato fra le carte che egli ripose in un baule andandosene da Cambridge nel 1696, e che in gran parte sono arrivate sino a noi, possa vederlo in quel modo.

Newton non fu il primo dell’età della ragione. Egli fu l’ultimo dei maghi, l’ultimo dei babilonesi e dei sumeri, l’ultima grande mente che indagò il mondo delle esperienze sensibili e intellettuali con gli stessi occhi di quegli uomini che presero ad intessere la nostra eredità intellettuale poco meno di 10.000 anni fa. Isaac Newton, nato già orfano di padre il giorno di Natale del 1642, fu l’ultimo bambino prodigio a cui i Magi potevano rendere un omaggio sincero e meritato. Sembra vi sia poco da aggiungere a parole così ricche di emozione, anche se restano irrisolti molti quesiti, non solo su Newton e sulla sua avventura personale.

Un problema, in particolare, resta in sospeso, difficile, antipatico e per lo più, se non eluso, accantonato con molta prudenza. Ricordo che nel XVII secolo avvenne un fatto di importanza inconsueta, un evento di cui l’alchimia per prima fu vittima sacrificale. Iniziò all’epoca, e si rafforzò poi indistruttibilmente, una netta divisione tra la scienza e tutto ciò che volge al mistero, al sacro, a princìpi superiori. Oggi si ama dire che si separarono finalmente scienza e metafisica, di norma col tono di chi parla di una brutta malattia da cui si è guariti.

Asettici scienziati, orgogliosi di risultati tecnicamente eccezionali, eressero un fossato incolmabile a difesa e protezione del proprio dominio da qualunque intromissione. In fondo, anche se non lo si ammette mai chiaramente, anche l’etica, qualunque etica, finì per essere considerata incompatibile con quella che si ama definire ricerca “pura”. Lo scienziato, nuovo sacerdote di un mondo gelido e distaccato, proclama il proprio diritto a muoversi in totale libertà, indifferente ai risultati che le sue scoperte potranno introdurre nella società degli uomini.

Questa immagine di essere umano astratto, distaccato da ogni vincolo, teso al solo studio della natura, senza pregiudizi e condizionamenti, è evidentemente irreale e incredibile. Oggi, con una ricerca scientifica estremamente costosa, inevitabilmente controllata da chi detiene strumenti finanziari adeguati, e si pone obiettivi spesso inquietanti, diventa grottesca e risibile. Nasce verso la fine del XIX secolo, figlia della stessa visione romantica che aveva generato la metafora altrettanto improbabile dell’artista sregolato, insofferente alle costrizioni sociali, contrario ad ogni conformismo che voglia impedire la libera espressione del genio. Entrambe fastidiose, generano sensazioni spiacevoli, fantasmi notturni da cui ci si allontana a fatica, scossi da un disagio che non si sa spiegare.

Diceva Rabelais –la leggenda lo vuole un po’ alchimista – che sapienza non entra in anima malevola e scienza senza coscienza non è che rovina dell’anima5. Newton non era un’anima “malevola”, e la sua ricerca era colma di sacralità. Io non so se fu anche un Adepto ermetico, e se raggiunse mai la sapienza che dovrebbe seguire il completamento della Grande Opera, anche se ritengo che pochi lo avrebbero meritato quanto lui, ma ho il dubbio che dovremmo rimeditare su questi moderni “soffiatori” che si pretendono suoi successori e sulle loro piccole opere imprudenti, e riconquistarci il diritto di giudicarli da un piano più elevato.

Questo libro, forse, potrebbe contribuire anche a questo, e Betty Jo Teeter Dobbs guadagnarsi la riconoscenza di molti.

Note

1. Il titolo si riferisce a un trattato di alchimia, The Hunting of The Greene Lyon. Written by the Viccar of Malden, che fa parte della raccolta curata da Elias Ashmole, il Theatrum Chemicum Britannicum, edita a Londra nel 1652. Il trattato è a pag. 278.

2. Su questo tema, vedi la mia introduzione in Eireneo Filalete. Opere. Edizioni Mediterranee, Roma 2001.

3. Non è un ossimoro, come qualcuno potrebbe pensare. Ricordiamo quel buon pazzo di Strindberg (che era anche un po’ alchimista): Una generazione che ha avuto il coraggio di sbarazzarsi di Dio, di infrangere lo Stato e la Chiesa e di rovesciare la società e la moralità, si inchinava ancora dinanzi alla Scienza. (Antibarbarus)

4. Fu completata il giorno di Natale del 1942, ma non fu mai tenuta, tuttavia se ne è conservato il manoscritto.

5. Pantagruel, capitolo VIII.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.