Solstizio a Stonehenge

Solstizio d’Inverno

I solstizi, o porte solstiziali, sono i momenti dell’anno in cui il Sole si trova alla massima o alla minima declinazione, a seconda che siamo in estate o in inverno. Nella tradizione greca classica il Solstizio d’Estate, che avviene il 21 giugno quando il Sole entra nel segno zodiacale del Cancro, era detto Porta degli Uomini, mentre quello d’Inverno, che accade il 21 dicembre quando il Sole entra nel segno del Capricorno e si allinea alla Terra in perielio, sull’asse maggiore dell’orbita, era detto Porta degli Dei.

Riguardo a quest’ultimo, esso cade in un mese che ai tempi della Roma Antica era denso di festeggiamenti. Infatti a dicembre si celebravano nell’ordine:  i Saturnalia dal 17 al 24 dicembre; gli Angeronalia il 21 dicembre e infine il Dies Natalis Solis Invicti il 25 dicembre,1Istituito dall’Imperatore Aureliano nel 274 d.C. giorno in cui si riteneva che il Sole rinascesse a causa dell’apparente inversione del suo moto.

Prima della diffusione del culto del dio Sole, nella tarda epoca imperiale, le divinità che sovrintendevano a queste festività erano: Saturno, Angerona e Giano. Vediamo ora una breve esposizione delle qualità di ciascuna divinità.

Di queste Saturno è sicuramente la più nota rispetto alle altre. Secondo Esiodo egli fu il Signore dell’Età dell’Oro, quella in cui:

Gli dei immortali … fecero una stirpe aurea di uomini mortali, che vissero al tempo di Crono. Essi vivevano come numi, senza dolori, senza fatiche, senza pene. Non gravava su di loro la vecchiaia … si rallegravano in conviti in assenza di ogni male … avevano ogni sorta di beni: la terra fertile produceva spontaneamente frutti ricchi e copiosi. Benevoli e pacifici, abitavano nelle loro terre ricchi di greggi e amati dagli dei beati…2Esiodo, Le opere e i giorni, Garzanti, Milano 2006.

In quest’epoca mitica egli fu accolto proprio da Giano nel Lazio, la Saturnia Tellus3«Salve magna parens frugum, saturnia tellus, magna virum» (Salve terra di Saturno, grande genitrice di frutti e di uomini). Cfr. Virgilio, Georgiche, II 173. di virgiliana memoria, immortalata anche nell’Ara Pacis di Roma, e qui regnò come primo re d’Italia, dopo essere stato spodestato dal figlio Giove. In questo senso Saturno diviene in Italia una divinità agricola, a simboleggiare l’armonia e l’unità dell’uomo con il divino.

satAnche dal punto di vista dell’etimologia è possibile trovare in Saturno questo nesso con l’agricoltura, in quanto potrebbe derivare da satus che viene tradotto con “semina”, ma anche “saturo”, che allude invece a “pienezza” o pleroma, il mondo della luce opposto a quello delle tenebre. Nella corrente ermetica, invece, il nome di Saturno viene fatto risalire al radicale sanscrito sat – essere; in effetti ciò che la tradizione greco-romana chiamava “regno di Saturno” è analogo al cosiddetto Sathya Yuga, termine con il quale in India si indica un’epoca del tutto simile all’Età dell’Oro.

Secondo il mito, la detronizzazione di Saturno ha come conseguenza l’inizio del tempo: gli uomini iniziano a invecchiare, il tempo a divorare qualsiasi cosa nel ciclo di morte e rinascita. Si deve probabilmente a ciò il fatto che Saturno venga associato al piombo. In  realtà Saturno è tanto l’oro quanto il piombo: a riprova di ciò la tradizione alchemica insegna che è proprio nel piombo che va cercato l’oro.

Le feste dei Saturnalia che precedevano il Solstizio erano un rituale di matrice carnevalesca, ben simboleggiato da questo processo alchemico, che voleva commemorare l’antica età dell’Oro. Nelle notti più lunghe dell’anno infatti, quelle in cui il sole (Oro) sembra essere vinto dalla oscurità (Piombo) della notte invernale, il mondo viene sconvolto dal caos. L’ordine sociale, che anticamente era un riflesso delle gerarchie celesti, veniva sovvertito. Per una settimana4In origine i Saturnalia venivano celebrati solo il 17 dicembre, poi furono estesi all’intera settimana dal 17 al 24., i servi diventavano padroni e viceversa; cadevano le regole e i vincoli morali, e si eleggeva una specie di re carnevalesco: il saturnalicius princeps, la cui effige veniva portata per le strade. Durante tutto il periodo i tribunali e le scuole erano chiusi; era proibito iniziare o partecipare a guerre, stabilire pene capitali ed esercitare qualsiasi attività che non fosse un festeggiamento. Alla fine delle celebrazioni, tutto ritornava alla normalità e tornava e regnare il “silenzio”.

angerona

Di lì a poco, infatti, venivano celebrati i Misteri di Angerona, che probabilmente è la dea meno conosciuta del pantheon romano. Essa veniva rappresentata con il capo velato e soprattutto con un dito sulle labbra chiuse, ad indicare il silenzio. Questo atteggiamento è in stretta relazione con l’essenza stessa dei Misteri, dei quali Angerona era la protettrice.5La tradizione vuole anche che ella proteggesse il Nome Segreto di Roma, affinché i nemici non potessero mai scoprirlo e quindi non potessero mai conquistarla. Essendo anche la dea del silenzio e dei segreti incomunicabili, era la protettrice per antonomasia degli iniziati, i cosiddetti mystes.

Durante gli Angeronalia, che si celebravano nel giorno in cui il Sole astronomicamente si trova al suo minimo, i Pontefici osservavano un profondo silenzio e officiavano i loro sacrifici in evidente antitesi con il caos rumoroso dei Saturnalia.

Riguardo all’origine del suo nome, alcuni autori antichi ritengono derivi dal fatto che avrebbe liberato il popolo romano dall’angina, mentre altri invece sostengono che il suo culto sollevasse l’animo dall’angoscia, che è appunto un malessere interiore inesprimibile. Questa seconda ipotesi sembrerebbe in essere relazione con il giorno in cui essa veniva celebrata. Infatti il giorno del solstizio d’inverno il vero sole ri-nasce dalle tenebre e annuncia la fine delle sofferenze invernali e la ripresa del ciclo vitale della natura, indicando metaforicamente anche la fine dell’angoscia.

IanusDa ultimo Giano, conosciuto dai profani come il “dio bifronte” o “dio degli inizi”. Egli è particolarmente legato alle festività che si celebravano attorno al solstizio, come si evince anche dall’etimologia del suo nome, che si fa risalire al termine ianua, cioè porta. Il suo simbolo era la nave, emblema del viaggio (a maggior ragione di quello iniziatico) in tutte le civiltà antiche: si pensi a Odisseo, ad Argo così come alla Barca Solare dei Misteri di Iside e Osiride. Giano è colui che ha le chiavi6«Ille tenens dextra baculum, clavemque sinistra» (Egli tiene nella destra un bastone e nella sinistra la chiave), cfr. Ovidio, Fasti, I, Cap II, v. 37. che aprono e chiudono, che legano e slegano, il dio che unisce e dissolve, colui che controlla i due movimenti opposti del cosmo.

Come si può intuire da questa breve trattazione, nell’Antica Roma il mese di dicembre rivestiva una certa importanza sul piano sacro. Le celebrazioni di queste festività avevano, tra gli altri, lo scopo di evidenziare l’importanza del fluire del tempo, che non è solo quello storico del divenire (il tempo della caduta di Saturno), ma è anche quello spirituale del non-divenire (quello dell’Età dell’Oro). L’equilibrio tra queste due correnti del tempo è regolato da Giano, che apre e chiude le porte, regolando il flusso di ciò che fluisce da e verso di esse. Il nostro presente, l’hic et nunc, in ogni momento e in ogni luogo, è allora il punto di contatto tra ciò che qui in Basso diviene e ciò che in Alto “sdiviene”, tra ciò che è Attimo e ciò che è Eternità.

infinto

Note   [ + ]

1. Istituito dall’Imperatore Aureliano nel 274 d.C.
2. Esiodo, Le opere e i giorni, Garzanti, Milano 2006.
3. «Salve magna parens frugum, saturnia tellus, magna virum» (Salve terra di Saturno, grande genitrice di frutti e di uomini). Cfr. Virgilio, Georgiche, II 173.
4. In origine i Saturnalia venivano celebrati solo il 17 dicembre, poi furono estesi all’intera settimana dal 17 al 24.
5. La tradizione vuole anche che ella proteggesse il Nome Segreto di Roma, affinché i nemici non potessero mai scoprirlo e quindi non potessero mai conquistarla.
6. «Ille tenens dextra baculum, clavemque sinistra» (Egli tiene nella destra un bastone e nella sinistra la chiave), cfr. Ovidio, Fasti, I, Cap II, v. 37.

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