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Conoscere il male per poterlo trasformare – IV parte

Conoscere il male significa umanizzarlo

Ora, ritornando al grande contributo conoscitivo dato da Tommaso d’Aquino al problema della conoscenza del male, abbiamo visto come le responsabilità ricadano sull’uomo, e in particolare alla libertà di cui egli dispone di omettere eventualmente il bene dovuto.

Il fatto che il bene sia omissibile, e che le forze dell’ostacolo operino sull’uomo perché egli lo ometta, è d’altro canto la condizione necessaria – e al contempo la garanzia – affinché l’uomo possa fare l’esperienza stessa della libertà.

Questo significa che il binomio bene-male ha senso solo entro la sfera dell’uomo. Nell’ottica evolutiva che Rudolf Steiner introduce, per l’uomo il sommo bene è: “diventare uomo”. Uomini infatti si diventa, non si è. Possiamo allora ridefinire il concetto di bene come tutto ciò che rende più umano l’uomo, mentre il male al contrario è tutto ciò che lo rende disumano.

Se il bene reale è la piena realizzazione di ciascun uomo, aristotelicamente ciò deve valere anche per il suo contrario per cui anche il male è la piena negazione dell’uomo. Ne segue che se voglio conoscere il male, come diceva Plotino, devo occuparmi del bene, e cioè dell’uomo. In un certo senso devo cioè “umanizzare il male”.

Questo è il primo passaggio dalla comprensione alla trasformazione. Ma cosa significa umanizzare il male? Vediamolo occupandoci del bene.

In prima istanza significa evitare la “fuga al trascendentale”. Abbiamo visto quanto Platone prima e Agostino dopo abbiano insistito sul fatto che il male ontologicamente non esiste. Però hanno poi posto il sommo bene – Dio – fuori dalla portata della vita reale, aprendo la strada alla concezione dell’uomo come creatura limitata, e quindi meno libera. Steiner invece ci dice che l’uomo non è limitato, pur essendo creatura, ma è solamente incompleto! Più compie il bene, più si autorealizza, e più diventa libero. Altrimenti non si spiegherebbe perché il Cristo dice nel Vangelo:

Disse loro Gesù: «Non è forse scritto nella vostra Legge: Io ho detto: voi siete dèi?».1Gv 10,34.

Se passiamo al contrario del bene, porre il male fuori dell’uomo ha come unico effetto quello di intimidirlo nel suo percorso di crescita spirituale e subordinarlo costantemente alla paura derivante dalla minaccia maligna incombente (inferno, demonio, satana, ecc.). Si dice infatti nel linguaggio comune: «Non demonizzare».

Dobbiamo constatare, senza alcuna intenzione di critica, che molte religioni – specialmente quelle monoteistiche – hanno operato in tal senso, ponendo il mondo spirituale in un altrove trascendente, esterno all’uomo, che lo sovrasta a tal punto da schiacciarlo. In particolare, le religioni cristiane, hanno trasformato il Cristo in un Essere inarrivabile, al di fuori delle reali capacità evolutive umane, mentre Egli dovrebbe rappresentare proprio l’ideale evolutivo di ogni uomo. Ideale che pertanto
dovrebbe essere insito nelle capacità e possibilità di ciascun uomo. Il Suo farsi uomo non è altro che
l’averci mostrato che ciò è possibile (attraverso l’evoluzione) ed è anche l’invito a fare altrettanto.

La trasformazione: amore e libertà

L’azione di umanizzazione ha come primo effetto quello della riconquista interiore della libertà
inalienabile che ciascun uomo ha, che in quanto tale, è solo omissibile dall’uomo stesso, o verso se
stesso o nei confronti degli altri uomini.
Girando i termini, solo riappropriandoci della nostra libertà potremo riportare sul piano umano il confronto (leggi “la lotta”) con le forze dell’ostacolo. Se osserviamo sotto questa lente molti cosiddetti mali che affliggono gli individui e la società, vediamo che in fondo essi hanno come denominatore comune la “privazione” e/o “mancanza” della libertà. Per citare solo alcuni esempi che lascio alla meditazione di ciascuno: la tecnologia delle comunicazioni (internet, chat, messaggistica); la globalizzazione economico-industriale; il cosiddetto Internet delle Cose (IOT – Internet of Things).

Il secondo criterio che consente di avviare a pieno regime il processo trasformazione è l’amore.

Abbiamo detto come in Agostino si trovi la concezione fondamentale per la quale l’amore è il motore per conoscere il mondo. Questa concezione del primo cristianesimo, che ancora è portatore del messaggio originario del Vangelo, viene riproposta in termini filosofici da Tommaso e in termini poetici da Dante,2Nella sola Commedia la parola amore/amor ricorre 148 volte: 19 nell’Inferno, 50 nel Purgatorio e 79 nel Paradiso. che conosce molto bene la filosofia tomistica:

L’animo, ch’è creato ad amar presto,
ad ogne cosa è mobile che piace,
tosto che dal piacere in atto è desto.

Vostra apprensiva da esser verace
tragge intenzione, e dentro a voi la spiega,
sì che l’animo ad essa volger face;

e se, rivolto, inver’ di lei si piega,
quel piegare è amor, quell’è natura
che per piacer di novo in voi si lega.

Poi, come ‘l foco movesi in altura
per la sua forma ch’è nata a salire
là dove più in sua matera dura,

così l’animo preso entra in disire,
ch’è moto spiritale, e mai non posa
fin che la cosa amata il fa gioire.3Dante Alighieri, Commedia, Purgatorio, XVIII, 19.39. Di seguito la parafrasi:
L’anima, che è creata con una disposizione naturale ad amare, è pronta a muoversi verso ogni cosa piacevole, non appena è messa in attività da questo piacere.
La vostra facoltà conoscitiva trae l’immagine da una cosa reale e la elabora dentro di voi, così che spinge l’anima a indirizzarsi verso di essa;
e se l’anima, così indirizzata, si volge verso quella cosa, questo atto è amore, è un atteggiamento naturale che primariamente si lega in voi per la cosa piacevole.
Poi, come il fuoco si leva verso l’alto per la sua natura, che lo spinge a salire là dove la sua materia dura più a lungo (nella sfera del fuoco), così l’animo preso da amore nutre il desiderio, che è un movimento dello spirito, e non cessa per tutto il tempo in cui la cosa amata gli dà gioia.

Siamo nel canto XVIII del Purgatorio, e Virgilio sta spiegando a Dante cos’è il vero amore e come distinguerlo dalla sua forma più bassa e istintiva, che i più invero scambiano per amore. L’amore in sé non è mai colpa, poiché è come la cera usata per fondere una forma: se il risultato della fusione
è brutto (e quindi difettoso) non dipende dal materiale di fusione, bensì dallo stampo.

Dante non si ritiene soddisfatto dalla spiegazione, allora Virgilio spiega meglio cosa intende dire con un discorso che termina con queste parole:

Onde, poniam che di necessitate
surga ogne amor che dentro a voi s’accende,
di ritenerlo è in voi la podestate.

La nobile virtù Beatrice intende
per lo libero arbitrio, e però guarda
che l’abbi a mente, s’a parlar ten prende».4Ibidem, 70-75

La chiosa del maestro di Dante ci dice in altre parole che l’uomo è, sì, naturalmente portato ad amare, ma ad essere sempre lodevole è solo la disposizione innata nell’anima, quindi l’amore in potenza, mentre la sua trasformazione in atto (quando l’uomo sceglie l’oggetto verso cui indirizzare il proprio amore) può essere buona o cattiva a seconda della libera scelta della cosa amata e da questo nasce la virtù o il peccato. In altri termini, l’uomo non deve abbandonarsi in modo indiscriminato alle sue inclinazioni ad amare, ma deve sottoporre ciò che sceglie al vaglio della ragione o, come direbbe Beatrice, del libero arbitrio.

Potremmo riassumere quindi che solo l’amore indirizzato alla conoscenza rende liberi, come del resto è già stato detto nel Vangelo di Giovanni

καὶ γνώσεσθε τὴν ἀλήθειαν, καὶ ἡ ἀλήθεια ἐλευθερώσει ὑμᾶς.
e conoscerete la verità, e la verità vi farà liberi.5Gv 8, 32

Come infatti dice Rudolf Steiner nel suo testo fondamentale La filosofia della libertà, la libertà consiste nel conoscere i motivi che poniamo alla base del nostro agire. Sarò libero cioè solo quando sarò mosso da motivi e non da moventi, dove con movente si intende qualunque causa esperita ma non portata a coscienza e quindi conosciuta.

Il mio agire può essere rivolto verso di me così come verso il prossimo, per cui possiamo affermare che esiste un bene per sé e un bene per il prossimo. Se le forze dell’ostacolo minano il mio bene, e io decido di soggiacere al loro influsso, sarà meno libero; d’altro canto se la loro azione è invece tesa a far sì che il bene che io ometto vada a svantaggio del prossimo, allora renderò meno libero l’altro.

La griglia conoscitiva del bene diventa allora:

     |     Libertà       |         Amore        |
BENE | Amore per la mia  |    Libertà per la    |
     |  realizzazione    | realizzazione altrui |

All’opposto, la griglia conoscitiva del male diventa:

     |     Libertà       |         Amore        |
MALE | Se non mi amo, mi |   Se rendo schiavo   |
     | ometto e rinuncio | il prossimo, non lo  |
     | alla mia libertà  |          amo         |

Il bene e il male nel pensare, nel sentire e nel volere.

L’azione malvagia, ossia l’omissione di libertà e amore, è però sempre e prima di tutto un’azione individuale. La prima causa del male nel mondo va ricercata nell’individuo, e questo è il vero e proprio male morale, poi come causa seconda esso di propaga nella collettività.

Si tratta allora di trasformare il singolo individuo anzitutto. Ma per fare ciò, poiché come abbiamo visto in precedenza l’uomo è un essere assai articolato, è necessario comprendere come l’influsso delle forze ostacolatrici opera in noi, nelle tre facoltà dell’anima pensare, sentire e volere.

Nel pensare umano il più grande male ovviamente il non pensare. Ma su cosa sia il pensare Rudolf Steiner dedica un intero libro, il già citato La filosofia della libertà. In esso spiega come il pensare sia quel processo, svincolato dai sensi, che si svolge non osservato ogni qual volta l’uomo associa un concetto ad una percezione (esterna o interna). La percezione è il dato, ed è sempre vera e incontrovertibile; mentre il concetto è la parte spirituale che noi associamo al dato nella costruzione di una rappresentazione. Il bene nel pensare è quella destezza, paragonata alla mobilità del fuoco nel brano di Divina Commedia di cui sopra, che muove verso la conoscenza. Infatti, più ampio è il nostro patrimonio concettuale, più ricca e dettagliata sarà la nostra rappresentazione della realtà.

Il bene del sentire è di amare le possibilità evolutive insite nella conoscenza di ciò che il mondo in un determinato tempo ci offre: «compito del cuore è di amare il bene che il pensiero coglie come verità; è di far sorgere ideali».6Cfr. Pietro Archiati, Il mistero del male nel nostro tempo, L’Opera Editrice, Roma 1997. Laddove i concetti colti dal pensare divengono ideali, vengono cioè infusi dal calore del sentimento, si attiva una corrente di bene che dal cuore irradia la testa e poi il l’individuo intero.

Il male, al contrario, è l’indifferenza di fronte a tali possibilità, è il disinteresse che al limite diventa ignavia.

Il bene della volontà è la decisione di attuare ciò che è bene e che è stato liberamente colto dal
pensiero puro e infuso di amore dal cuore. Il male, al contrario è tutto ciò che possiamo individuare nell’inerzia, nell’abulia, nella mancanza di impulsi volitivi.

Il pensiero libero dai sensi diventa allora il propulsore dell’uomo nella sua interezza. Perché il bene diventi reale non basta conoscere ciò che è bene, non basta amarlo: bisogna volerlo e tradurlo nella concretezza della vita. Come del resto aveva già affermato Martinez de Pasqually:

Possiamo vedere che l’origine del Male non è stata causata che dal cattivo pensiero seguìto dalla cattiva volontà dello spirito contro le leggi divine; e non che lo stesso spirito emanato dal Creatore sia direttamente il Male; perché la possibilità del Male non è mai esistita nel Creatore. Esso nasce unicamente dalla sola disposizione e volontà delle sue creature.7Cfr. Martinez de Pasqually, Trattato della Reintegrazione degli esseri.

Tutto ciò in perfetto accordo con la massima iniziatica che dice: “Un passo nella conoscenza, tre passi nella moralità”.

Note   [ + ]

Conoscere il male per poterlo trasformare – III parte

Il Male nella Scienza dello Spirito

L’incontro con il male, cardine dell’attuale epoca evolutiva

In diverse occasioni, private o pubbliche, Rudolf Steiner ebbe modo di sottolineare quanto l’incontro con le forze del Male fosse importante per gli uomini dell’attuale epoca evolutiva, detta dell’anima cosciente. In un appunto privato per Eduard Schuré disse che:

All’interno dell’intero flusso, l’iniziazione di Mani, che ha anche iniziato Christian Rosenkreutz nel 1459, è considerata di un “grado più alto”; essa consiste nella vera comprensione della natura del male. Questa iniziazione e tutto ciò che comporta dovrà rimanere completamente nascosta alla maggioranza per lungo tempo a venire.1Rudolf Steiner, Marie Steiner-von Sivers, Briefwechsel und Dokumente 1901-1925: AUFZEICHNUNGEN RUDOLF STEINERS geschrieben für Edouard Schure in Barr im Elsass, September 1907, GA 262, noto come «Documento di Barr», pag. 15 e segg.

In un’altra circostanza pubblica disse anche:

[…] due misteri sono di speciale importanza per lo sviluppo dell’umanità nell’epoca dell’anima cosciente, nella quale viviamo dall’inizio del secolo XV. Essi sono il mistero della morte e il mistero del male.
[…] Il mistero del male appartiene infatti ai più profondi misteri della nostra epoca, ed è tale che, anche parlandone, si incappa in facoltà umane di comprensione ancor poco sviluppate.2Rudolf Steiner, Lo studio dei sintomi storici, GA 185, Editrice Antroposofica, Milano 1991. Conf. del 26 ottobre 1916 a Dornach.

Nonostante Steiner ci metta in guardia sul fatto che le facoltà di comprensione siano ancora poco sviluppate, in queste due affermazioni, come in molte altre che si possono trovare nella sua opera, pone fermamente l’accento sul fatto che in quest’epoca l’uomo è chiamato all’incontro individuale e ineluttabile con le forze del male, così come sono state caratterizzate nelle precedenti conferenze.

Origine, azione ed evoluzione delle forze del Male

Abbiamo infatti visto come, nella visione evolutiva della Scienza dello Spirito di Rudolf Steiner – che l’uomo, la natura, il cosmo intero, comprese le Gerarchie Spirituali che lo abitano – siano gradualmente entrate le forze dell’ostacolo.

Alla base di questo influsso abbiamo visto come ci sia stata una grande rinuncia compiuta da una parte di una “gerarchia regolare”, le Virtù, a seguire la corretta evoluzione, con ciò compiendo paradossalmente il volere divino attraverso il male per sviluppare il più forte bene. Dice infatti Rudolf Steiner:

Nel periodo intermedio tra l’evoluzione di Giove e quella di Marte (tra l’antico Sole e l’antica Luna), a un certo numero di entità appartenenti alla sfera delle Virtù fu ordinato, se mi è lecito esprimermi così, d’intervenire in modo da porre ostacoli al processo evolutivo invece di favorirlo. Questo fatto è quello che
abbiamo imparato a conoscere come la lotta nei cieli.3Rudolf Steiner, Gerarchie Spirituali e loro riflesso nel mondo fisico, GA 110, Editrice Antroposofica, Milano 1998, pag. 156.

Queste Virtù, che Steiner chiama esplicitamente le “Divinità degli ostacoli”,4Ibidem. furono le responsabili della “seduzione” delle entità luciferiche, che sono Angeli rimasti indietro durante il gradino di evoluzione che svolsero sull’Antica Luna.

A partire dall’epoca lemurica, che è uno dei sette grandi periodi evolutivi chiamati “razze radicali” dell’attuale incarnazione planetaria durante il quale l’uomo rivive l’evoluzione della cosiddetta Antica Luna, queste entità luciferiche hanno iniziato ad agire rendendo “più basse” le passioni, gli istinti e le brame degli uomini, facendo però sorgere al contempo nell’uomo la “speranza della libertà”.5Cfr. Rudolf Steiner, Influssi luciferici, arimanici, asurici, conferenza tenuta a Berlino il 22 marzo 1909

Esse operano sull’anima senziente, ispirando il massimo egoismo nell’uomo per portarlo al fanatismo, all’odio, al rancore, e verso tutto ciò che può esaltare il sentire umano come forza d’amore egoistica in tutti i campi quali l’arte, la conoscenza, ecc., in cui l’uomo è indotto ad agire solo per il proprio godimento personale, e non per mettersi al servizio dell’evoluzione del mondo.

A fronte di questo evento, che viene rappresentato con la cosiddetta “cacciata dal Paradiso”, le gerarchie che dirigono la corretta evoluzione dell’uomo, hanno dovuto introdurre nell’esistenza la malattia e il dolore.

Successivamente, dalla metà dell’epoca atlantica, hanno iniziato ad operare le forze arimaniche, dal nome della divinità zoroastriana Ahriman (Angra Mainyu), che sono arcangeli rimasti indietro durante il loro gradino evolutivo sull’Antico Sole.

Esse impediscono all’uomo di riconoscere le entità spirituali che vivono dietro a qualunque realtà sensibile. In questo modo l’uomo ha la parvenza che tutto ciò che gli appare ai sensi sia di sola natura materiale. Questo influsso ha portato nell’uomo la possibilità dell’errore di giudizio, che Rudolf Steiner definisce anche “peccato cosciente”. Ma oltre a ciò, gli strumenti di cui si servono queste entità sono la paura, la menzogna, l’inganno.

La compensazione a questa possibilità di errore è stata introdotta delle gerarchie spirituali sotto forma del karma. Attraverso la “legge del pareggio” all’uomo viene data la possibilità di compensare le ingiustizie, gli errori e tutti quei “peccati” che commette coscientemente in virtù dell’esposizione alle forze arimaniche. Questa possibilità di pareggio è potuta fluire nell’uomo a condizione che egli facesse l’esperienza della morte, così come la conosciamo oggi.

La terza e ultima schiera di spiriti ostacolatori sono i cosiddetti “asura”, che sono delle Potestà (o Archai) rimaste indietro durante l’evoluzione dell’antico Saturno. Esse in futuro entreranno nell’evoluzione umana in modo sempre più invadente e persuasivo nella parte più essenziale ed intima dell’anima umana, vale a dire nell’anima cosciente. La loro azione malefica distruttrice dà luogo a quelli che nel Vangelo sono chiamati i “peccati contro lo spirito”, che sono gli unici che non verranno rimessi.6Cfr. Mc 3,28-30: «“In verità vi dico: tutti i peccati saranno perdonati ai figli degli uomini e anche tutte le bestemmie che diranno; ma chi avrà bestemmiato contro lo Spirito Santo, non avrà perdono in eterno: sarà reo di colpa eterna”. Poiché dicevano di lui: “È posseduto da uno spirito immondo”, per questo non è in grado di perdonare».

Le due Trinità

Questa trinità delle forze del male si contrappone in maniera simmetrica alla Trinità divina di Padre,
Figlio e Spirito Santo. Il senso di questa contrapposizione risiede nel fatto che se la prima opera affinché ci siano tutte le condizioni perché l’uomo possa essere libero, la seconda invece opera affinché tali condizioni vengano meno.

È però importante ribadire che il male non è la possibilità di omettere la libertà derivante dagli ostacoli evolutivi posti da questa trinità, ma è la sua omissione reale, che è solo in mano all’essere umano quando decide di soccombere alla loro seduzione.

La Trinità divina opera a favore della libertà in questo modo:

  • il Padre è quell’Essere Divino che si manifesta nel creato; operando nella natura, Egli crea in continuazione le condizioni esterne affinché la libertà sia possibile e allo stesso tempo omissibile;
  • il Figlio, il Cristo, è l’Essere Divino che opera dentro all’anima umana perché, nell’autocoscienza, l’uomo possa trovare un costante anelito alla libertà. Egli pone quindi le condizioni interiori necessarie alla possibilità della libertà;
  • l’Essere chiamato tradizionalmente Spirito Santo è il responsabile della costante possibilità di attuazione della libertà. È la trasformazione stessa della potenzialità in atto. Non è un’esperienza mistica, ma è la contrario quanto di più reale si possa pensare della libertà in quanto creatività individuale dello spirito umano.

In maniera esattamente opposta, la trinità degli ostacolatori opera affinché vengano poste concrete
condizioni di omissione della libertà da parte dell’uomo.

Arimane opera sulle condizioni esterne, incatenando l’uomo all’illusione che il mondo fisico, la Maya, sia l’unica realtà esperibile, e solo per via sensoriale. Egli prospetta all’uomo un “amore senza libertà”, un possesso vorace del mondo, che si manifesta nel singolo ad esempio con le brame di potere, denaro, oggetti materiali, nella natura con la distruzione indiscriminata per fini di lucro, e nella società con leggi e strategie economiche che mirano alla sottomissione dei popoli.

Le condizioni interne all’uomo poste dall’azione del Cristo sono rese omissibili da Lucifero attraverso l’egoismo. In tal modo egli spinge l’uomo all’isolamento, alla rottura di qualunque forma di solidarietà verso gli altri esseri umani, in una “libertà senza amore” per il prossimo, sostituito invece da uno sfrenato ed esaltato interessamento verso se stesso, verso le proprie possibilità di elevazione interiore, ignorando il destino della Terra e degli altri uomini.

L’ultima entità ostacolatrice, l’Essere di Asura, è quella di cui si può leggere in forma simbolica nell’Apocalisse. Essa agirà direttamente contro lo Spirito Santo attaccando il nucleo spirituale dell’essere umano nelle dimensioni di libertà e di amore al contempo. Il significato del passo evangelico sopra citato, risiede nel fatto che l’uomo, soggiacendo a questa forza e omettendo sé stesso, perderà o distruggerà parti del proprio nucleo spirituale, che non potranno perciò venire rigenerate. Tali forze, essendo rimaste indietro nell’epoca dell’Antico Saturno, attaccheranno proprio ciò che all’uomo fu donato in quell’epoca dal sacrificio delle Virtù, e cioè le forze di calore.

Note   [ + ]

Giordano Bruno e Sagredo: un dialogo attuale

PROLOGO

Febbraio, 1600

Giordano Bruno

Il filoso nolano Giordano Bruno

Nell’angusto, buio e lungo corridoio delle carceri di Castel Sant’Angelo, si odono passi che segnano l’avvicinarsi di ospiti ai condannati prossimi all’esecuzione. Con un forte rumore di chiavi si apre la pesante porta della cella ove è rinchiuso il condannato al rogo: Giordano Bruno; è lì, steso su un rude pagliericcio, mentre i suoi occhi lucidi, fermi e sereni si illuminano di gioia e di tenerezza alla vista dell’ospite.

«Sagredo, mio giovane amico!» esclama il grande filosofo. I due si abbracciano; il guardiano esce in silenzio, richiudendo dietro di sé la porta della nuda e umida cella. «Corri gravi rischi, figliolo. L’inquisizione non ha simpatia per chi ha simpatia per gli eretici.»

«Maestro, non potevo non salutarvi.» Il giovane nasconde a stento l’emozione di trovarsi di fronte al grande saggio, ormai prossimo all’esecuzione della feroce sentenza.

«Sei un uomo ormai e il tuo coraggio comunque ti premierà.»

«Ho chiesto un permesso speciale al cardinale Bellarmino. Si è dimostrato disponibile… Forse qualcosa sta cambiando…»

«Si, sta cambiando» conferma Bruno «anche grazie alla mia morte: la storia di questo mondo è segnata più dalla morte che dalla Vita. La morte suscita paura, inquietudine, domande, tanto più se è illustre. Ciò mi rende sereno, amico mio, so di compiere il mio destino.»

«Maestro, ma non temete il fuoco che brucerà le vostre carni?»

«Si, Sagredo, ho paura; il mio corpo ha paura,»… riflette il «ma io so che non morirò… quando il mio corpo fisico morirà, io sarò lì; vedrò cadere il mio corpo, vedrò i volti trionfanti, attoniti e sgomenti dei miei persecutori…»

Malgrado le parole del maestro, il volto del giovane è triste e «Se io non vi avessi avvertito… dell’arresto di vostra figlia e della vostra amata, voi non sareste tornato a Venezia…» afferma, quasi per rimproverarsi.

«Sarei tornato comunque, prima o poi. Si, la loro morte fu un segnale per me…» continua Bruno con lo sguardo rivolto verso l’infinito. «Quanto teneramente e voluttuosamente ho amato quella donna… L’amore, Sagredo, è la forza più grande della Natura… è Vita, fusione dei corpi degli amanti… Avvicinarmi a lei era sentire l’infinita dolcezza di Casa, del vero mondo, la dolce tenerezza che solo una donna intelligente e profonda sa dare e ricevere… Quanta illusione, quanta ignoranza… L’uomo non è cattivo, Sagredo, è solo infelice… è la sua piccola mente la causa della sua infelicità… Si, sapevo che erano state prese e anche della loro condanna. La tua è stata solo una triste conferma… Quando il mio corpo brucerà, io sarò libero Sagredo, libero di ricongiungermi a loro, abbracciarle… Non ti crucciare, amico mio… Questo era il nostro destino, comune a tutti coloro che cercano la verità, bandita da un mondo che si regge sulla menzogna… Verrà un giorno, Sagredo, che l’uomo si risveglierà dall’oblio e finalmente comprenderà chi è veramente e a chi ha ceduto le redini della sua esistenza, a una mente fallace, menzognera, che lo rende e lo tiene schiavo… L’uomo non ha limiti e quando un giorno se ne renderà conto, sarà libero anche qui in questo mondo.»

Si volta e guarda il suo allievo quasi raggiante: «Lo ha previsto da tempo immemorabile la Vita…»

«Maestro, ma perché questo destino crudele? Chi può aver voluto tutto questo?»

«Io stesso, Sagredo, ben prima di nascere in questa dimensione. La morte ignea del corpo fisico è una purificazione profonda, è il battesimo del fuoco. In tanti abbiamo scelto questa morte, non solo come esempio ad un’umanità ottusa, meschina e crudele, ma anche per adempiere il compito che la Vita ci ha assegnato e che abbiamo accettato di buon grado… per Amore… In fondo, anche se in modo inconsapevole, la Chiesa sta compiendo la nostra volontà.»

«Ma allora… il cardinale Bellarmino esegue la nostra volontà?»

«Bellarmino ora esegue la volontà della Chiesa, volta a conservare il potere; esegue però anche la Volontà vera, quella di una morte illustre che lasci traccia nella storia. Anche gli uomini di chiesa sono parte dell’Uno: la mia morte servirà per mostrare il vero potere, quello occulto, che si muove dietro tutte le chiese e tutti i poteri del mondo. In questo mondo illusorio, ove menzogna, bontà ipocrita e paura dominano, una morte illustre è più efficace di un’intera vita. Le umane genti la ricordano. L’uomo che infligge morte è colui che più la teme; è un paradosso, ma chi procura la morte, cerca disperatamente di comprenderla, di penetrare la mente di Dio.»

«Bellarmino quindi… anche lui, è alla ricerca di Dio?»

«Certo, anche Bellarmino è un fratello.»

«Maestro, ma perché tutto questo, perché tutta questa sofferenza, queste atrocità, ingiustizie, dolori: fratelli che uccidono loro fratelli! Come può Bellarmino firmare ad animo leggero la sentenza della vostra morte?»

«Non lo ha fatto ad animo leggero, Sagredo. È stata per lui una decisione sofferta e penosa, ma non poteva fare altrimenti; avrebbe dovuto rinunciare all’abito che porta e ai credi che predica. Egli non ha coscienza, non sente l’unità dell’infinito universo, non sa che la sua azione di oggi avrà per lui una reazione, in altra sua vita futura; questo vale anche per me e tutti coloro che hanno cercato invano di risvegliare l’umanità dall’inganno. La terra è una dura scuola: ogni opera lascia una traccia, perché la giustizia vera esiste, figliuolo, anche se in questo mondo non appare.»

«La giustizia vera vuole la vostra morte?» Sagredo è tanto incredulo quanto ammirato della saggezza del suo maestro… «La vogliamo noi stessi, Sagredo, non i nostri corpi transeunti, ma i veri Esseri immortali che siamo. Che ci piaccia o no, siamo noi la causa di noi stessi. L’Essere non teme la morte, perché sa bene che non esiste. Nascendo in questo mondo, cadiamo nell’illusione dei sensi; crediamo a ciò che appare. Ignoriamo che siamo ciechi e sordi. Allora ci assale la paura e dimentichiamo che siamo divini, che possiamo modificare il corso degli eventi, persino lo Zodiaco… Siamo figli dell’unico vero sole che illumina i mondi. Il dolore e la sofferenza non c’erano all’inizio della storia, ai tempi dell’antico Egitto che conservava ancora memoria delle gloriose ed immortali origini. Un giorno non lontano, una nuova era giungerà finalmente sulla Terra. La morte non esiste. La miseria, il dolore e le sue tante tragedie, sono il frutto della paura e dell’ignoranza di ciò che è la vera realtà.»

«Ma quanto tempo ancora sarà necessario?»

«Il tempo anche dipende da noi, Sagredo. Il tempo è l’intervallo tra il concepimento di un’idea e la sua manifestazione… L’umanità ha concepito il germe dell’utopia e la gestazione procede verso il suo compimento inevitabile: il secolo passato è una tappa importante, che precede la nascita. Gli Esseri divini vegliano sulla gestazione della terra e alcuni nascono qui per aiutare gli umani a comprendere che la trasformazione dipende anche dal loro risveglio.»

«Anche voi, maestro, siete sceso qui per questo scopo?»

«Anch’io Sagredo, ma non sono il solo. C’è un folto gruppo di Esseri che sono scesi più volte nel corso della storia e si riconoscono nel grande Ermete, Socrate, Pitagora, Platone, Empedocle… In questo secolo, Leonardo, Michelangelo, Shakespeare, Campanella, nomi noti, ma anche gente umile, semplici guaritrici, molte delle quali finite sul rogo…»

Giordano è commosso al ricordo dei tanti che l’hanno preceduto sulla via del patibolo.

Sagredo è profondamente colpito; è divenuto partecipe di una verità finora a lui sconosciuta. Giordano continua: «È il battesimo del fuoco che serve a trasmutare il corpo fisico e a manifestare i veri Esseri. La loro rivelazione ormai è inevitabile. Non so quando, ma so che in tanti siamo venuti in questo secolo per sviluppare arti e scienze, porre i semi della nuova cultura che fiorirà inattesa, improvvisa, proprio quando il potere si illuderà di aver vinto.»

Rumori di fondo fanno intendere che la visita deve volgere al termine. Il respiro di Sagredo si fa affannoso…

«Maestro, come posso ritrovarvi?»

«Guarda dentro di te, Sagredo, ascolta la tua voce interiore e ricorda che l’unico vero maestro è l’Essere che sussurra al tuo interno. Ascoltala: è la verità ed è dentro di te. Sei divino, non lo dimenticare mai.»

La porta della cella si apre e compare il guardiano; è il volto di un uomo apparentemente duro, ma che ha anche timore reverenziale di quell’uomo di cui si trova ad essere il carceriere. Non pronuncia alcuna parola ed attende con rispetto che il visitatore si allontani.

Giordano e Sagredo si alzano e si salutano, entrambi commossi.

«Non ci stiamo separando Sagredo, la separazione non esiste. Siamo tutti Uno, in eterno contatto con l’Anima Unica…»

tratto da “La futura scienza di Giordano Bruno e la nascita dell’uomo nuovo” di Giuliana Conforto, Macro Edizioni, II edizione, 2001.

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