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La luce e l’occhio

Nella cultura tradizionale, molto spesso al concetto di iniziazione si associa sia quello di luce che quello di occhio; si pensi ad esempio alla cultura paleo indiana, nella quale, attraverso la pratica dello yoga si può giungere all’apertura del terzo occhio. O ancora in Massoneria, nel Rituale di Ricezione, quando il Venerabile domanda ad un certo punto:

Vén.·. – Que demandez-vous pour lui?
Ier.·. S.·. – La grande lumière.
Vén.·. – Que la lumière soit. Sic transit gloria mundi.

Anche Dante associa l’uscita dalla prova della terra, simboleggiata dalla risalita dell’Inferno, con la vista di una luce color zaffiro che lo riempie di diletto nel cuore e negli occhi:

13Dolce color d’oriental zaffiro,
che s’accoglieva nel sereno aspetto
del mezzo puro, infino al primo giro,

16agli occhi miei ricominciò diletto,
tosto ch’io usci’ fuor dell’aura morta,
che m’avea contristati gli occhi e ‘l petto. (Purgatorio I,13-18)

Ma qual è luce, e con quale occhio si può vedere?

Riguardo alla natura di questa luce, alla cui avida ricerca sono tutti gli iniziati, l’Evangelista Giovanni non ha dubbi. Dice infatti nella sua Prima Epistola:

5Questo è il messaggio che abbiamo udito da lui e che ora vi annunziamo: Dio è luce e in lui non ci sono tenebre. (1Gv 1,5)

E sostiene anche che questa luce si sia manifestata nel Verbo incarnato, e che pertanto sia stato possibile vederla “con i nostri occhi”:

1Ciò che era fin da principio, ciò che noi abbiamo udito, ciò che noi abbiamo veduto con i nostri occhi, ciò che noi abbiamo contemplato e ciò che le nostre mani hanno toccato, ossia il Verbo della vita 2(poiché la vita si è fatta visibile, noi l’abbiamo veduta e di ciò rendiamo testimonianza e vi annunziamo la vita eterna, che era presso il Padre e si è resa visibile a noi).

poiché, come egli stesso scrive nel Prologo al suo Vangelo:

5in Lui era la vita, e la vita era la luce degli uomini.

Anche nella cultura islamica si ritrova l’associazione del concetto di luce con Dio. Secondo il mistico sufi Al-Ghazali:

La luce vera è Dio eccelso; il termine “luce” dato a cosa diversa da Lui è pura metafora che non risponde affatto a realtà.
Devi sapere che il termine “luce” ha tre accezioni diverse; la prima per il volgo, la seconda per la classe elevata, la terza per gli eletti. Devi poi conoscere i gradi di luce relativi agli eletti e la loro essenza affinché, una volta che i loro gradi ti siano chiari, tu scopra che Dio eccelso è la più alta ed ultima Luce, e una volta che ti si sveli la loro essenza, che Lui solo è la Luce vera, reale, in cui non ha socio.

Di questi tre gradi di luce, solo il primo è percepibile dall’occhio fisico, ma è anche il più “degenerato”, in considerazione anche del fatto che lo strumento atto a percepirlo è ben lungi dall’essere perfetto. Sono infatti sette i difetti dell’occhio che Al-Ghazali individua:

  1. vede altro, ma non se stesso;
  2. non vede ciò che è lontano;
  3. non vede ciò che è al di là d’una cortina;
  4. vede l’esterno, ma non l’interno;
  5. vede una parte, ma non il tutto;
  6. vede le cose finite e non le infinite;
  7. vede piccolo ciò che è grande e vicino ciò che è lontano, in movimento ciò che è in quiete e viceversa.

Per tali ragioni, secondo Al-Ghazali, l’occhio è la parte meno degna di tutto il corpo a ricevere la rivelazione della vera luce. Ma ve n’è una, che egli colloca nel cuore dell’uomo, che è in grado di superare i sette difetti e che identifica nell’intelletto:

Orbene, sappi che nel cuore dell’uomo v’è un occhio perfetto per codesta qualità. Esso è chiamato talvolta intelletto, talvolta spirito, talvolta animo umano. Ma lasciamo da parte questi termini, giacché, quando abbondano, fanno immaginare a chi è poco sagace che abbiano in corrispondenza una quantità di concetti. Noi intendiamo ciò per cui l’uomo intelligente si distingue dal bambino lattante, dalla bestia e dal pazzo. Chiamiamolo intelletto secondo la terminologia corrente. Diciamo quindi: l’intelletto, più che l’occhio esterno, sarebbe da chiamarsi ” luce “, perché la sua capacità supera i sette difetti di cui s’è detto. Il primo dei quali è che l’occhio non vede se stesso. Ora l’intelletto percepisce sia cose diverse da se stesso sia le qualità sue proprie, in quanto percepisce di esser conoscente e potente, percepisce questa sua conoscenza e percepisce la conoscenza di questa sua conoscenza e la conoscenza della conoscenza di questa sua conoscenza e così via. Questa è una proprietà inconcepibile per una facoltà che percepisce mediante un organo del corpo. Va al di là di ciò un mistero che sarebbe lungo spiegare.

Qualunque iniziazione, pertanto, non può prescindere dalla ricerca del grado più alto della luce, quello non percepibile dagli occhi fisici, e per fare ciò è necessario che ciascun iniziato sviluppi, o forse riattivi, gli occhi spirituali, quelli che, nel tempo che intercorre tra ogni morte e rinascita, imprimono nel corpo fisico gli occhi dei sensi, come ricorda Rudolf Steiner in una meditazione data alla su Classe della Scuola Esoterica:

“Nello Spirito giaceva il germe del mio corpo.
E nel mio corpo lo spirito impresse
gli occhi dei sensi
affinché con essi io veda la luce dei corpi.

Nel mio corpo lo spirito impresse
ragione e sensazione
e sentimento e volontà
perché grazie ad essi io percepisca i corpi
e su di essi io operi.
Nello Spirito giaceva il germe del mio corpo.

Nel mio corpo giace il germe dello spirito
e nel mio spirito voglio immettere
gli occhi sovrasensibili
per contemplare grazie ad essi la luce degli Spiriti.

Nel mio spirito voglio imprimere
saggezza e forza e amore
perché agiscano attraverso me gli Spiriti
per divenire io strumento autocosciente
delle loro azioni.
Nel mio corpo giace il germe dello spirito.”

Armonia delle sfere e musica

Nell’antichità si riteneneva che l’universo fosse un insieme di sfere concentriche all’interno  delle quali si trovasse ciascun pianeta. Durante il movimento di rotazione dei pianeti, ciascuna sfera emetteva un suono che nell’insieme, generava una “celeste sinfonia” di sovrumana bellezza. Porfirio, nella sua Vita Pythagorica, riporta che Pitagora avesse udito per primo l’armonia delle sfere, ossia il suono prodotto dal moto dei pianeti:

Pitagora udiva l’armonia dell’universo, cioè percepiva l’universale armonia delle sfere e degli astri muoventisi con quelle; la quale noi non udiamo, per la limitatezza della nostra natura.
Porphyrius, Vita Pitagorica

Successivamente a questa “rivelazione”, Pitagora tentò di riprodurre i suoni uditi sul monocordo, lo strumento a una corda sola da lui costruito. Ma non riuscì immediatamente nell’impresa; soltanto quando, passando davanti a un fabbro, udì i suoni prodotti dai diversi martelli, potè comprendere la legge che sottostava alla generazione dei diversi suoni. Egli intuì infatti che l’altezza del suono (acutezza) dipendeva dal peso del martello e non dalla forza con cui veniva battuto sull’incudine. Tornato al suo monocordo, applicò la medesima legge alla lunghezza della corda, e ottenne i seguenti rapporti musicali/geometrici:

  • Unisono, rapporto di 1:1
  • Ottava 2:1
  • Quinta giusta 3:2
  • Quarta giusta 4:3
  • Seconda maggiore 9:8
  • Sesta maggiore 27:16
  • Terza maggiore 81:64
  • Settima maggiore 243:128

Poi Pitagora calcolò le distanze fra i pianeti dal centro dell’universo usando le stesse  proporzioni trovate nel monocordo, scoprendo che erano identici: i suoni più acuti erano dati da Saturno e dalle stelle fisse, mentre il sole corrispondeva alla nota centrale, che univa i due tetracordi discendenti.
Questa concezione non era nuova, poiché i Greci fin dall’antichità concepivano il Cosmo come una lira a sette corde suonata da Apollo. Anche Platone, nel Timeo, ripropone la concezione pitagorica del Cosmo a sfere concentriche, interamente regolato da proporzioni geometriche, creato da un demiurgo chiamato spesso Componitore:

Cominciò a dividere così: prima tolse dal tutto una parte, dopo di questa tolse una doppia della prima, quindi una terza, una volta e mezzo più grande della seconda e il triplo della prima, poi una quarta doppia della seconda, una quinta tripla della terza, una sesta che era otto volte la prima, una settima ventisette volte più grande della prima. Dopo di ciò, riempì gli intervalli doppi e tripli, tagliando ancora dal tutto altre parti e ponendole in mezzo a questi intervalli, sicché in ciascun intervallo vi fossero due medi, ed uno superasse gli estremi e fosse superato della stessa frazione di ciascuno di essi, mentre l’altro superasse e fosse superato dallo stesso numero. Originandosi da questi legami nei precedenti intervalli nuovi intervalli di uno e mezzo, di uno e un terzo, e di uno e un ottavo, riempì tutti gli intervalli di uno e un terzo con l’intervallo di uno e un ottavo, lasciando una piccola parte di ciascuno di essi, in modo che l’intervallo lasciato di questa piccola parte fosse definito dai valori di un rapporto numerico, come duecentocinquantasei sta a duecentoquarantatré.

In questo difficile passaggio, Platone, per bocca di Timeo, non fa altro che spiegare che la creazione dell’anima del mondo, o meglio la sua organizzazione in κόσμος dal disordine primigenio del Χάος, avviene mediante le proporzioni numeriche che sottendono l’ottacordo diatonico dorico. In sostanza il Cosmo sarebbe regolato dalle leggi dell’armonia musicale.

..il dio, avendo formato i corpi per ciascuno di essi, i quali erano sette, li pose nelle sette sfere in cui si muoveva il circolo dell’altro, ovvero la luna nella prima orbita intorno alla terra, il sole nella seconda sopra la terra, la stella del mattino e l’astro che si dice sacro ad Hermes nell’orbita uguale per velocità a quella del sole, ma che ha direzione contraria rispetto ad essa.

A questa concezione si oppose però Aristotele, sostenendo che tale armonia non esiste in quanto “se esistesse, un suono prodotto dal movimento degli astri, sarebbe cosi’ assordante e intenso da distruggere la vita sulla terra, cosa che non è“. Ma nonostante la contrarietà del sommo filosofo, tale concezione sopravvisse ancora nei secoli, tanto che la si trova in Dante, nella Divina Commedia:

Quando la rota, che tu sempiterni
desiderato, a sé mi fece atteso,
con l’armonia che temperi e discerni,
parvemi tanto, allor, del cielo acceso
de la fiamma del sol, che pioggia o fiume
lago non fece mai tanto disteso.
La novità del suono e ‘l grande lume
di lor cagion m’accesero un disio
mai non sentito di cotanto acume.
(Dante, Paradiso – Canto I, 73-84)

In Dante la concezione pitagorica e platonica vengono sublimate, fondendosi al messaggio del Vangelo di Giovanni, che nel suo Prologo inneggia al Logos origine dell’Universo:

Ἐν ἀρχῇ ἦν ὁ λόγος,
καὶ ὁ λόγος ἦν πρὸς τὸν θεόν,
καὶ θεὸς ἦν ὁ λόγος.

in quanto il primum movens e tutto ciò che attrae creature e astri è l’Amore:

A l’alta fantasia qui mancò possa;
ma già volgeva il mio disio e ‘l velle,
sì come rota ch’igualmente è mossa,
l’amor che move il sole e l’altre stelle.
(Dante, Paradiso – Canto XXXIII, 142-145)

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