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In Memoriam

Mercoledì 16 di febbraro 1600 a ore 2 di notte fu intimato alla Compagnia che la mattina del 17 giovedì di dovesse far giustizia di un impenitente; e perciò alle ore 6 radunati li confortatori e il cappellano in Sant’Orsola e andati alle carceri di Torre di Nona, entrati nella nostra cappella e fatte le solite orazioni, ci fu consegnato l’infrascritto a morte condannato, ossia Giordano del quondam Giovanni Bruni, frate apostata da Nola in Regno, eretico impenitente. Il quale esortato dà nostri confratelli con ogni carità e fatti chiamare due padri di San Domenico, due del Gesù, due della Chiesa Nuova et uno di San Girolamo, i quali con ogni affetto e con molta dottrina mostrandoli l’error suo, finalmente stette sempre nella sua maledetta ostinazione, aggirandosi il cervello e l’intelletto con mille errori e vanità. E tanto perseverò nella sua ostinazione, che da ministri di giustizia fu condotto in Campo di Fiori e quivi, spogliato nudo e legato ad un palo fu bruciato vivo, accompagnato sempre dalla nostra Compagnia cantando le litanie e li confortatori sino all’ultimo punto confortandolo a lasciar la sua ostinazione, con la quale finalmente finì la sua misera e infelice vita.1Tratto da http://www.ereticamente.net/2016/02/giordanobruno.html

Mai come nel tempo dell’oggi torna attuale la vicenda umana e spirituale di Giordano Bruno. Contro il “pensiero unico”, contro l’attentato strisciante alla libertà di pensiero – attuato con leggi liberticide camuffate da leggi a tutela, contro chi minaccia la libertà di associazione col megafono mediatico di un settimanale – che inevitabilmente innescherà la miccia del solito “gesto folle e isolato”, contro ogni forma di omologazione coatta ai diktat di multinazionali alimentari, farmaceutiche, bancarie, contro ogni attentato all’anima cosciente insomma, ci sia di conforto e guida la vita di quest’uomo portata fino alle estreme conseguenze pur di non abiurare.

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D’ogni legge nemico e d’ogni fede – In memoria di Giordano Bruno

giordano-bruno_Si narra che durante un gioco di società, il giovane Bruno ricevette dalla sorte questo verso dell’Ariosto: la leggenda dice anche che lo stesso filosofo ricordasse l’evento compiacendosi per la veridicità della previsione: la sua avventura intellettuale, infatti, lo renderà simbolo delle battaglie della libertà di pensiero. Il suo pensiero rappresenta la più grande costruzione filosofica del Rinascimento, la sua figura ha assunto caratteri profetici.

Il sospetto di eresia lo accompagna fin dall’inizio del suo percorso entro l’ordine dei Domenicani, dove eccelle per spregiudicatezza intellettuale: fin da subito, infatti, rifiuta la venerazione delle immagini sacre e le prescrizioni che la Controriforma ha istituito per arginare la deriva protestante.

Una volta conseguito il titolo di lettore di teologia, si dedica alle opere di Marsilio Ficino ed Erasmo da Rotterdam, che rispettivamente valorizzano l’unità tra divino e umano e la libertà di pensiero, e approfondisce tanto le concezioni di Niccolò Copernico che di Bernardino Telesio, cercando di comporre una filosofia della natura imperniata sulla “qualità”, che dia risalto piuttosto ai modi dell’essere rispetto alla riduzione del mondo a una semplice misura quantitativa tipica del determinismo meccanicista che seguirà. Non risparmia critiche neppure all’aristotelismo “scientifico” (noto attraverso gli arabi come Averroé), giudicando come assurde le pretese della fisica aristotelica di elevarsi a metafisica.

Da questo momento in poi tutta la sua esistenza sarà un travaglio oscillante tra accuse di eresia ritirate in limine e “fughe” strategiche che in realtà sono motivate intimamente dal desiderio verace (e non tramandato dalla storia) di far conoscere le sue idee ai principi e governanti di tutta Europa, in modo da convincerli ad attuare una profonda riforma sociale. Cosa assolutamente impensabile per quel tempo!

Come segnala Michele Ciliberto, in Bruno gnosi e apocalittica si compenetrano in una conoscenza che procede per “rivelazioni” e rinnova di continuo il suo carattere originario, sovvertendo ogni idea di compimento della storia; in tale quadro teoretico la temperanza non rappresenta una virtù: i limiti vanno trascesi.

La vicenda terrena di Bruno si conclude nel 1592, quando il Mocenigo, dal quale si era recato su suo invito per insegnargli la mnemotecnica, lo consegna all’Inquisizione. Per i successivi dieci anni rimane in carcere, venendo sottoposto a un processo che ne dura sette, e subendo molto probabilmente più di una tortura. Posto di fronte alla scelta se abiurare (abdicando così al proprio Io) o salvare la propria integrità e morire, Bruno non ha esitazioni.

Rifiutata la richiesta di abiura, “stette nella sua maledetta ostinazione” e sfidò la sua giuria affermando: “Tremate più o voi giudici nel proferire la sentenza che non io nell’ascoltarla”. Il rogo viene consumato in un angolo di Campo de’ Fiori, a Roma, il 17 febbraio 1600, di fronte ad una folla che lo vide “morire martire e volentieri”. Le sue ceneri furono disperse.

Giordano Bruno Nola, 1548 – Roma, 17 febbraio 1600

Sono passati solo 415 anni dal rogo con il quale la Chiesa Cattolica Romana intendeva mettere a tacere la voce di uno dei personaggi più “scomodi” che siano mai vissuti in seno ad essa: Giordano Bruno.

Ancora oggi il crepitio di quel rogo grida ingiustizia e oppressione, che sembrano tanto tornate di moda ai giorni nostri.

† Requiescat in Pace Jordanus

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