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La via iniziatica secondo “Kim” di Kipling

If you can talk with crowds and keep your virtue,

Or walk with Kings—nor lose the common touch,

If neither foes nor loving friends can hurt you,

If all men count with you, but none too much:

If you can fill the unforgiving minute

With sixty seconds’ worth of distance run,

Yours is the Earth and everything that’s in it,

And—which is more—you’ll be a Man, my son!

da If di J. R. Kipling, 1885

Nel 1901, qualche anno prima di ricevere il Nobel per la letteratura, Kipling dà alle stampe Kim, uno dei suoi romanzi più riusciti e quello nel quale, a detta di molti critici e biografi, egli più si identificava.

In esso si narrano le vicende del giovane Kimball O’Hara, detto Kim, figlio di un ex militare irlandese, rimasto in India a lavorare per la locale ferrovia, e di una donna indiana di umile casta. Orfano di madre e di padre, la prima morta di colera e il secondo dopo essere diventato prima alcolizzato e poi fumatore di oppio, vive con una signora che si spaccia per sorella di sua mamma.

Il padre, prima di morire, lascia in dote al piccolo Kim tre “pezzi di carta”: il suo foglio di congedo, il certificato di nascita del piccolo e il suo cosiddetto “ne varietur“, un foglio attestante la condizione di massone del padre. A Kim viene insegnato fin da piccolo che non se ne sarebbe mai dovuto separare, poiché tali “pezzi di carta” «appartenevano a una grande magia – la magia che gli uomini esercitavano laggiù oltre il museo, nel grande Jadoo-Gher azzurro e bianco – la Casa della Magia, come chiamiamo la loggia massonica», e da essi sarebbe dipeso il futuro del giovane. Assieme a questo il padre gli lascia la profezia che un giorno o l’altro verrà a cercarlo un grande Toro Rosso su un campo verde, assieme al colonnello e novecento diavoli, ma prima due uomini per preparare il terreno. Per questa ragione, nonostante a nessuno fosse chiaro il significato di tale profezia, la donna che accudiva Kim cucì pergamena, documento e certificato di nascita in un astuccio di cuoio per amuleti che egli portava sempre appeso al collo.

Pur essendo per metà europeo, Kim ha la pelle scura e parla di preferenza il dialetto indù. Vive alla giornata, per strada, assieme ai suoi compagni di avventura, e spesso le persone con cui ha a che fare lo chiamano “Amico di Tutto il Mondo”, per la sua grande abilità di interloquire indifferentemente con uomini e donne di qualsivoglia casta.

Un giorno, fuori dalla Casa delle Meraviglie, come viene chiamato il locale museo di Lahore, incontra uno strano sacerdote, di una religione a lui sconosciuta, che sostiene di provenire da Kulu, nelle montagne del Tibet. Kim si offre subito di accompagnarlo in visita al museo, vantando l’amicizia con il direttore. Origliando dietro la porta dell’ufficio del direttore Kim scopre che il sacerdote è un lama buddista tibetano, che sta compiendo l’ultimo pellegrinaggio prima di morire, alla ricerca di un misterioso Fiume della Freccia che, secondo la tradizione, avrebbe il potere di togliere ogni peccato a chiunque vi si lavi, facendolo così uscire dalla Ruota delle Cose, ossia il ciclo delle rinnovate vite terrene a cui ogni uomo deve soggiacere, per la legge del karma.

All’uscita dal museo il giovane, senza esitazione, si offre di seguire il lama in qualità di suo chela alla ricerca del Fiume che, sempre secondo la tradizione, sarebbe scaturito in un non meglio precisato punto dell’India in cui si sarebbe conficcata una freccia scagliata dal Gautama Buddha, chiedendo pertanto per lui l’elemosina e provvedendo all’alloggio per la notte. In questo modo Kim avrebbe avuto la possibilità di compiere una missione per conto di Mahbub Alì, un commerciante di cavalli afghano, che lo aveva incaricato di consegnare il pedigree di uno stallone bianco a un ufficiale inglese, il colonnello Creighton, di stanza a Umballa. Kim non sapeva che in realtà Mahbub Alì era un agente segreto al servizio dei britannici, e che avrebbe dovuto portare un messaggio in codice, ma aveva capito che tutta la segretezza adoperata dall’afghano per un semplice pedigree era quantomeno sospetta. Infatti, consegnato il messaggio, Kim si nasconde su di un albero ad origliare la conversazione successiva alla sua consegna tra gli ufficiali inglesi, nella quale si parlava di una imminente spedizione militare ai confini del territorio indiano.

Dopo questo riprende il viaggio verso Benares assieme ala lama, percorrendo la Grand Trunk, imbattendosi in una donna che viaggiava in un carrozzone, una donna virtuosa, saggia e di sangue nobile, che era in pellegrinaggio per Buddh Gaya. I due si uniscono quindi a lei per qualche giorno, visto che seguiva la loro stessa strada, usufruendo del vitto e alloggio che ella si propone di offrire a quello che riconosce subito essere un sant’uomo.

Fu grazie a questo che un giorno Kim, allontanandosi dalla strada, vede in lontananza il tanto atteso toro rosso in campo verde: era lo stemma di un reggimento di soldati irlandesi, i Mavericks. Decide così di intrufolarsi nell’accampamento, ma viene subito scoperto e fermato dai soldati e portato al cospetto del comandante e dei due cappellani militari , uno cattolico e l’altro protestante. Gli vengono trovati addosso i documenti lasciatigli in eredità dal padre e subito nasce una disputa su di chi sia la responsabilità dell’educazione del giovane. Il comandante, massone, sostiene con scarsa convinzione che, visto il ne varietur del padre, il giovane avrebbe dovuto essere affidato all’orfanotrofio massonico, ma desiste subito a causa della disputa nata tra i due preti, per questioni di supremazia religiosa, per accaparrarselo, pensando cinicamente che avrebbe evitato un bell’esborso economico alla sua loggia.

Alla fine, sentendo anche il parere del lama, che si offre di pagare la retta per il suo nuovo chela, viene deciso, con grande soddisfazione di tutti tranne che di Kim, di inviarlo al collegio di San Saverio a Lucknow, per trasformato in un sahib. In questo modo il colonnello Creighton, che già aveva avuto modo di osservarlo nella missione di Mahbub Alì, avrebbe avuto tutto il tempo per capire se servirsi del giovane Kim e farlo diventare una spia al servizio del Grande Gioco.

Distaccato così dal santo, Kim frequenta il collegio di San Saverio, dove prosegue gli studi e dove infine viene scelto come agente segreto per svolgere importanti incarichi. Durante questi anni, in cui l’insofferenza per le regole del mondo occidentale lo porta più volte a tentare la fuga verso il suo vecchio mondo di appartenenza, Kim dà prova di grande abilità nell’immedesimarsi alla perfezione con i personaggi di cui indossa i travestimenti: grazie alla sua doppia natura di occidentale e di orientale, stupisce i suoi insegnanti dell’arte dello spionaggio per la sua viva intelligenza e furberia, e anche per i suoi discorsi, capaci di tenere testa a interlocutori ben più sapienti e più anziani di lui.

Ma anche questo apprendistato si compie e viene per Kim il momento in cui gli viene assegnato il primo vero incarico nel Grande Gioco: lo smascheramento di due pericolose spie dell’Impero Russo, che aveva delle mire espansionistiche sull’Afghanistan, e il conseguente impadronimento di tutti documenti che queste avevano raccolto nel nord dell’India, fingendosi cartografi e scienziati.

Affinché la missione di Kim risulti credibile, viene fatto in modo che si ricongiunga al suo lama, per proseguire assieme la ricerca del Fiume della Freccia. Ma l’età ormai avanzata del sant’uomo e il duro pellegrinaggio sui monti fa ammalare il lama, cosicché Kim, dopo essere riuscito a sconfiggere le spie russe a sottrarre loro i documenti, lo conduce da una vecchia signora che ben presto lo guarisce. Dopo la grande impresa da lui compiuta, salvare il lama e portare a termine la missione, l’Amico di Tutto il Mondo è distrutto, al punto che dormirà per due settimane intere, accudito dal lama e dalla vecchia signora. Al suo risveglio Kim ritrova il lama, che nel frattempo aveva avuto finalmente la visione mistica del Fiume e aveva capito il senso occulto della sua ricerca, uscendone rigenerato nello spirito e purificato dai suoi peccati.

In questo romanzo Kipling ci offre anzitutto un corollario della sua visione della vita: l’uomo è in guerra con ciò tutto ciò che lo circonda e realizza che caos e anarchia regnano indisturbati. Il caos è simboleggiato dall’affresco dell’India che fa da sfondo al romanzo: con le sue molteplici caste, costumi e religioni, il mondo di volta in volta descritto si trova spesso a essere d’ostacolo tanto alla ricerca di Kim, che a quella del lama. L’anarchia è invece espressa dalla minaccia all’ordine costituito (che Kipling fa coincidere molto vittorianamente con l’Impero Britannico), proveniente dai Regni del Nord, il Nipheleim identificato con la Russia e le sue mire espansionistiche in Afghanistan.

Per non essere sopraffatti da questi due potentissimi agenti ma, al contrario, trovare la propria identità e integrità morale, Kipling sembra suggerci due vie in apparentemente in antitesi tra loro: da un lato la fuga, accettando la proposta apparentemente assurda di cercare il Fiume della Freccia; dall’altro la guerra, calandosi nella mischia per combattere contro gli agenti del Caos Universale.

All’inizio del romanzo sembra che Kim voglia abbracciare la prima via, spinto solo da amore di conoscenza. Dice infatti al lama: «Desidero sempre vedere cose nuove», come mosso da una insaziabile curiosità di conoscere fino in fondo il mondo nel quale vive e che gli fa da guscio, per non esserne in fondo sopraffatto. Ma più avanti lo vediamo calarsi con grandissima abilità, anche se spesso controvoglia, nel progetto del Colonnello Creighton di fare di lui un’ottima spia al servizio del Grande Gioco.

L’elemento che fa da trait d’union tra queste due vie apparentemente antitetiche è il viaggio, e il propulsore dei due viaggi che Kim compie è la sua innata curiosità. Ma la curiosità da sola non è sufficiente, poiché sono sempre in agguato le ambizioni e i desideri terreni; serve anche la capacità di trasformarsi per non venirne sopraffatti. In tutto il romanzo, infatti, l’altra grande caratteristica di Kim, quella per cui viene notato da chi vuole fare di lui una spia, è quella di sapersi trasformare di volta in volta in un povero ragazzo indù, in un chela buddhista, o in un giovane e sapiente sahib.

Questo è l’altro importante messaggio che Kipling ci vuole proporre: per affrontare il viaggio, come metafora moderna dell’antico impulso cavalleresco, è necessario essere dotati del’arte della trasformazione, o meglio ancora della rigenerazione, che consente di adattarsi e far fronte ad ogni situazione esteriore, senza però che questa faccia perdere di vista la ricerca della propria identità.

Questa mobilità, o attitudine a polarizzarsi, è il segno caratteristico di quelle anime che sono perennemente soggette alla doppia attrazione dello Spirito da un lato, e dell’Istinto dall’altro. Kim, in fondo, è come il Mercurio alchemico: figlio dell’incontro tra Occidente e Oriente, riesce a dialogare con le caleidoscopiche espressioni di umanità dell’India, al punto da meritarsi l’appellativo di Amico di Tutto il Mondo, ma allo stesso tempo si sente attratto intimamente dalla santità del lama, scoprendosi mosso da una profonda devozione verso di lui; devozione che porterà poi il lama a dire, nello stupendo capitolo finale, che «non ci fu mai un chela simile. Mite, benigno, saggio, per niente permaloso, sempre allegro per la strada, pieno di premure, istruito, sincero e cortese. Grande sarà la sua ricompensa!». Ancora, riesce a portare fino in fondo la sua missione materiale esteriore, che consiste nello sventare i piani delle spie dell’Impero Russo, come il migliore dei soldati britannici, ma consente anche al lama di trovare il tanto agognato Fiume della Freccia, come il più umile e devoto dei monaci buddhisti.

È come se in lui vivessero i principi contrari e complementari di passivo – attivo e materiale- spirituale, necessari a compiere il primo passo verso lo sviluppo della comprensione tanto di sé che del mondo.

Questo giovane mezzo sangue anglo-indiano rappresenta il paradigma della lotta di ogni uomo per costruirsi un’identità e conquistare il proprio posto nel mondo, così come facevano gli antichi monaci guerrieri, che partivano a combattere per la difesa della Terra Santa e al contempo alla ricerca di un sapere occulto capace di rigenerare intimamente l’anima di ciascun individuo.

Se da un lato il lama offre a Kim la via dell’ascesi, dell’uscita dal perpetuo ripetersi di vita, morte e nuova nascita, e dall’altro il mondo gli propone la guerra, la lotta corpo a corpo contro il nemico, la via che alla fine egli sceglie è la Via di Mezzo, quella che porta per aspera ad astra. Nonostante i successi in entrambe le missioni, trovare il fiume e annientare le spie, alla fine del romanzo si risveglia dal lungo sonno ripetendosi senza tregua «Io sono Kim. Io sono Kim. E che cosa è Kim?».

Risvegliandosi con questo dubbio profondo nell’anima, scopre che non è solo il giovane chela che ha aiutato il suo maestro, ma anche colui che ha salvato l’Impero Britannico da una grave minaccia, in accordo con il sentimento di unità e amore che pervade tutto il romanzo e, in generale tutta l’opera di Kipling.

La via iniziatica che egli alla fine ha seguito si accorda alla concezione monistica del mondo dell’autore, ed è quella che fa trovare il proprio posto nel Cosmo attraverso la ricerca del proprio posto nel mondo. Questo è in fondo il messaggio più importante di tutto il romanzo, seppure in un testo che all’iniziazione, e nello specifico a quella massonica che ha ricevuto il suo autore, fa solo pochissimi accenni, ma che sorregge in sottofondo, come un basso bordone, l’intera formazione del giovane Kim.

Utriusque cosmi - Robert Fludd

Il Gabinetto di Riflessione

In Massoneria il Gabinetto di Riflessione è il luogo dove tutto ha inizio. È il luogo oscuro che sta in corrispondenza analogica con la putrefactio alchemica (Opera al Nero o nigredo), che segna l’inizio di una possibile nuova vita e che deve ineluttabilmente passare per la morte. La Grande Opera, infatti, non è soltanto trasmutazione dei metalli, ma vera medicina universalis, capace di porre rimedio a tutti i mali, compresa la morte.

Senza morte, però, non può esservi palingenesi alcuna, come scopre purtroppo Nicodemo, recandosi “di notte” a vistare il Cristo:

«In verità, in verità ti dico che
se uno non è nato di nuovo,
non può vedere il regno di Dio»1

e nella via iniziatica massonica, detta anche via secca, tale rigenerazione non può prescindere da quella morale.

In questo senso, la definizione di “prova della terra” che tradizionalmente si dà al momento di isolamento che si vive nel Gabinetto di Riflessione, si ricollega alla tradizione iniziatica degli Antichi Misteri, dai Culti di Menfi, passando per quelli Orfici, fino a quelli di Eleusi, nei quali si celebravano i misteri legati al mito di Demetra e della figlia Persefone, la cui simbologia rimanda evidentemente al ciclo vegetativo del seme piantato nella terra che, come quest’ultima, deve trascorrere parte della sua esistenza sotto terra (ovvero nel regno degli inferi retto da Ade) per poi riemergere sotto forma di pianta e diventare spiga.

Il candidato ai misteri eleusini, dopo aver subito una purificazione, caratteristica dei cosiddetti Piccoli Misteri, celebrati generalmente in primavera, riceveva via via tutti i gradi dell’iniziazione (μύησιν – myesìn dal verbo myesis: “atto di tener chiuse le labbra”), da quello di mystes fino a quello di epoptái (da εποπτειας – epoptía, che significa contemplazione), solo dopo aver superato prove tremende che richiedevano coraggio e forza fuori dal comune.

In ogni culto, mito o poema epico che ci è stato tramandato, il viaggio dell’iniziato o dell’eroe laddove non inizia con la prova della terra, o catàbasi2, la prevede come tappa fondamentale per lo svolgersi delle successive gesta. È così nel mito di Orfeo e Euridice, nella dodicesima fatica di Eracle3 o nel Libro XI dell’Odissea, quando Ulisse scende agli inferi per incontrare il vate Tiresia, o ancora nell’Eneide, quando la Sibilla conduce l’eroe in un selva (che rimanda direttamente alla selva oscura della Commedia dantesca), alla ricerca del ramo d’oro, viatico per il viaggio agli inferi che egli si accinge a compiere.

E così fino al poema di Dante, dove si assiste anzitutto a una novità: a differenza dei miti greci, dei poemi Omerici o dell’Eneide di Virgilio, non c’è un eroe che intraprende il viaggio, ma è il poeta stesso a farlo, come a significare che la vicenda che vi si narra riguarda (potenzialmente) ogni singolo individuo. In secondo luogo, alla discesa agli Inferi vengono fatte seguire poi Resurrezione e Ascesa al Cielo dall’altro, come due fasi inverse e complementari alla prima. Ciascuna di queste fasi costituisce preparazione necessaria alla successiva, come si deduce facilmente associandole alle fasi della Grande Opera ermetica: all’Opera al Nero (nigredo) segue l’Opera al Bianco (albedo), per concludersi poi con l’Opera al Rosso (rubedo). E non poteva essere diversamente, in quanto il messaggio simbolico contenuto nella Commedia, che esiste per esplicita affermazione di Dante stesso, sebbene nascosto e accessibile solo a chi ha un “sano intelletto”, e che dice:

O voi ch’avete li ‘ntelletti sani,
mirate la dottrina che s’asconde
sotto ‘l velame de li versi strani.4

avviene storicamente dopo gli eventi del Golgota.

Quale sia la materia da rettificare, invece, lo indicano le tre fiere che si oppongono al tentativo di Dante di salire sopra un colle: la lonza (lince), allegoria della lussuria, il leone, simbolo della superbia, e la lupa, che rappresenta l’avidità; tre vizi che, secondo la concezione medievale della morale, stanno alla base di ogni altra forma di male.

L’ambito della prova, come già affermato, è senza dubbio alcuno morale: nessuna conoscenza (ovvero il tentativo di salita di Dante sul colle) può aver luogo se non si compiono i necessari passi nella moralità, conquistata al prezzo della sconfitta delle tre bestie. Sia di monito però l’allegoria stessa, della Commedia, poiché la loro sconfitta non avviene a seguito di un combattimento, ma alla fine di un percorso il cui primo passo consiste nello sprofondamento all’Inferno.5

Anche la frase che si trova iscritta nella parete sud: “SE TIENI ALLE DISTINZIONI UMANE VATTENE!” e lo scheletro dipinto nella parete nord alludono a un processo di spoliazione di sé che parta dall’esteriorità e arrivi fino all’intima costituzione di noi stessi, simboleggiata proprio dallo scheletro, che è archetipo è allo stesso tempo riflesso delle Leggi Universali che vivono in noi; leggi che potremo comprendere solo dopo aver percorso almeno un tratto del cammino iniziatico.

Note

1. Giovanni III, 3

2. Dal greco κατάβασις da κατα – giù e βαίνω andare, ossia discesa agli inferi.

3. Nell’ultima delle sue dodici fatiche, Eracle deve sconfiggere il feroce cane Cerbero per portarlo da Euristeo, a Micene. Dopo aver ottenuto da Ade il permesso di portarlo via a condizione di combatterlo da solo e senza armi, Eracle loaffronta e arriva quasi a strangolarlo. In seguito lo riporta nell’Ade perché riprenda a farne la guardia.

4. Dante, Inferno, IX, 61-63

5. Virgilio dice infatti a Dante che è impossibile affrontare la bestia (ovvero le bestie), ma conviene passare per un’altra
strada, che porta alle interiora della Terra, dove simbolicamente è collocato l’Inferno:

«A te convien tenere altro viaggio», 91
rispuose, poi che lagrimar mi vide,
«se vuo’ campar d’esto loco selvaggio:
ché questa bestia, per la qual tu gride, 94
non lascia altrui passar per la sua via,
ma tanto lo ‘mpedisce che l’uccide;

La luce e l’occhio

Nella cultura tradizionale, molto spesso al concetto di iniziazione si associa sia quello di luce che quello di occhio; si pensi ad esempio alla cultura paleo indiana, nella quale, attraverso la pratica dello yoga si può giungere all’apertura del terzo occhio. O ancora in Massoneria, nel Rituale di Ricezione, quando il Venerabile domanda ad un certo punto:

Vén.·. – Que demandez-vous pour lui?
Ier.·. S.·. – La grande lumière.
Vén.·. – Que la lumière soit. Sic transit gloria mundi.

Anche Dante associa l’uscita dalla prova della terra, simboleggiata dalla risalita dell’Inferno, con la vista di una luce color zaffiro che lo riempie di diletto nel cuore e negli occhi:

13Dolce color d’oriental zaffiro,
che s’accoglieva nel sereno aspetto
del mezzo puro, infino al primo giro,

16agli occhi miei ricominciò diletto,
tosto ch’io usci’ fuor dell’aura morta,
che m’avea contristati gli occhi e ‘l petto. (Purgatorio I,13-18)

Ma qual è luce, e con quale occhio si può vedere?

Riguardo alla natura di questa luce, alla cui avida ricerca sono tutti gli iniziati, l’Evangelista Giovanni non ha dubbi. Dice infatti nella sua Prima Epistola:

5Questo è il messaggio che abbiamo udito da lui e che ora vi annunziamo: Dio è luce e in lui non ci sono tenebre. (1Gv 1,5)

E sostiene anche che questa luce si sia manifestata nel Verbo incarnato, e che pertanto sia stato possibile vederla “con i nostri occhi”:

1Ciò che era fin da principio, ciò che noi abbiamo udito, ciò che noi abbiamo veduto con i nostri occhi, ciò che noi abbiamo contemplato e ciò che le nostre mani hanno toccato, ossia il Verbo della vita 2(poiché la vita si è fatta visibile, noi l’abbiamo veduta e di ciò rendiamo testimonianza e vi annunziamo la vita eterna, che era presso il Padre e si è resa visibile a noi).

poiché, come egli stesso scrive nel Prologo al suo Vangelo:

5in Lui era la vita, e la vita era la luce degli uomini.

Anche nella cultura islamica si ritrova l’associazione del concetto di luce con Dio. Secondo il mistico sufi Al-Ghazali:

La luce vera è Dio eccelso; il termine “luce” dato a cosa diversa da Lui è pura metafora che non risponde affatto a realtà.
Devi sapere che il termine “luce” ha tre accezioni diverse; la prima per il volgo, la seconda per la classe elevata, la terza per gli eletti. Devi poi conoscere i gradi di luce relativi agli eletti e la loro essenza affinché, una volta che i loro gradi ti siano chiari, tu scopra che Dio eccelso è la più alta ed ultima Luce, e una volta che ti si sveli la loro essenza, che Lui solo è la Luce vera, reale, in cui non ha socio.

Di questi tre gradi di luce, solo il primo è percepibile dall’occhio fisico, ma è anche il più “degenerato”, in considerazione anche del fatto che lo strumento atto a percepirlo è ben lungi dall’essere perfetto. Sono infatti sette i difetti dell’occhio che Al-Ghazali individua:

  1. vede altro, ma non se stesso;
  2. non vede ciò che è lontano;
  3. non vede ciò che è al di là d’una cortina;
  4. vede l’esterno, ma non l’interno;
  5. vede una parte, ma non il tutto;
  6. vede le cose finite e non le infinite;
  7. vede piccolo ciò che è grande e vicino ciò che è lontano, in movimento ciò che è in quiete e viceversa.

Per tali ragioni, secondo Al-Ghazali, l’occhio è la parte meno degna di tutto il corpo a ricevere la rivelazione della vera luce. Ma ve n’è una, che egli colloca nel cuore dell’uomo, che è in grado di superare i sette difetti e che identifica nell’intelletto:

Orbene, sappi che nel cuore dell’uomo v’è un occhio perfetto per codesta qualità. Esso è chiamato talvolta intelletto, talvolta spirito, talvolta animo umano. Ma lasciamo da parte questi termini, giacché, quando abbondano, fanno immaginare a chi è poco sagace che abbiano in corrispondenza una quantità di concetti. Noi intendiamo ciò per cui l’uomo intelligente si distingue dal bambino lattante, dalla bestia e dal pazzo. Chiamiamolo intelletto secondo la terminologia corrente. Diciamo quindi: l’intelletto, più che l’occhio esterno, sarebbe da chiamarsi ” luce “, perché la sua capacità supera i sette difetti di cui s’è detto. Il primo dei quali è che l’occhio non vede se stesso. Ora l’intelletto percepisce sia cose diverse da se stesso sia le qualità sue proprie, in quanto percepisce di esser conoscente e potente, percepisce questa sua conoscenza e percepisce la conoscenza di questa sua conoscenza e la conoscenza della conoscenza di questa sua conoscenza e così via. Questa è una proprietà inconcepibile per una facoltà che percepisce mediante un organo del corpo. Va al di là di ciò un mistero che sarebbe lungo spiegare.

Qualunque iniziazione, pertanto, non può prescindere dalla ricerca del grado più alto della luce, quello non percepibile dagli occhi fisici, e per fare ciò è necessario che ciascun iniziato sviluppi, o forse riattivi, gli occhi spirituali, quelli che, nel tempo che intercorre tra ogni morte e rinascita, imprimono nel corpo fisico gli occhi dei sensi, come ricorda Rudolf Steiner in una meditazione data alla su Classe della Scuola Esoterica:

“Nello Spirito giaceva il germe del mio corpo.
E nel mio corpo lo spirito impresse
gli occhi dei sensi
affinché con essi io veda la luce dei corpi.

Nel mio corpo lo spirito impresse
ragione e sensazione
e sentimento e volontà
perché grazie ad essi io percepisca i corpi
e su di essi io operi.
Nello Spirito giaceva il germe del mio corpo.

Nel mio corpo giace il germe dello spirito
e nel mio spirito voglio immettere
gli occhi sovrasensibili
per contemplare grazie ad essi la luce degli Spiriti.

Nel mio spirito voglio imprimere
saggezza e forza e amore
perché agiscano attraverso me gli Spiriti
per divenire io strumento autocosciente
delle loro azioni.
Nel mio corpo giace il germe dello spirito.”

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