If you can talk with crowds and keep your virtue,

Or walk with Kings—nor lose the common touch,

If neither foes nor loving friends can hurt you,

If all men count with you, but none too much:

If you can fill the unforgiving minute

With sixty seconds’ worth of distance run,

Yours is the Earth and everything that’s in it,

And—which is more—you’ll be a Man, my son!

da If di J. R. Kipling, 1885

Nel 1901, qualche anno prima di ricevere il Nobel per la letteratura, Kipling dà alle stampe Kim, uno dei suoi romanzi più riusciti e quello nel quale, a detta di molti critici e biografi, egli più si identificava.

In esso si narrano le vicende del giovane Kimball O’Hara, detto Kim, figlio di un ex militare irlandese, rimasto in India a lavorare per la locale ferrovia, e di una donna indiana di umile casta. Orfano di madre e di padre, la prima morta di colera e il secondo dopo essere diventato prima alcolizzato e poi fumatore di oppio, vive con una signora che si spaccia per sorella di sua mamma.

Il padre, prima di morire, lascia in dote al piccolo Kim tre “pezzi di carta”: il suo foglio di congedo, il certificato di nascita del piccolo e il suo cosiddetto “ne varietur“, un foglio attestante la condizione di massone del padre. A Kim viene insegnato fin da piccolo che non se ne sarebbe mai dovuto separare, poiché tali “pezzi di carta” «appartenevano a una grande magia – la magia che gli uomini esercitavano laggiù oltre il museo, nel grande Jadoo-Gher azzurro e bianco – la Casa della Magia, come chiamiamo la loggia massonica», e da essi sarebbe dipeso il futuro del giovane. Assieme a questo il padre gli lascia la profezia che un giorno o l’altro verrà a cercarlo un grande Toro Rosso su un campo verde, assieme al colonnello e novecento diavoli, ma prima due uomini per preparare il terreno. Per questa ragione, nonostante a nessuno fosse chiaro il significato di tale profezia, la donna che accudiva Kim cucì pergamena, documento e certificato di nascita in un astuccio di cuoio per amuleti che egli portava sempre appeso al collo.

Pur essendo per metà europeo, Kim ha la pelle scura e parla di preferenza il dialetto indù. Vive alla giornata, per strada, assieme ai suoi compagni di avventura, e spesso le persone con cui ha a che fare lo chiamano “Amico di Tutto il Mondo”, per la sua grande abilità di interloquire indifferentemente con uomini e donne di qualsivoglia casta.

Un giorno, fuori dalla Casa delle Meraviglie, come viene chiamato il locale museo di Lahore, incontra uno strano sacerdote, di una religione a lui sconosciuta, che sostiene di provenire da Kulu, nelle montagne del Tibet. Kim si offre subito di accompagnarlo in visita al museo, vantando l’amicizia con il direttore. Origliando dietro la porta dell’ufficio del direttore Kim scopre che il sacerdote è un lama buddista tibetano, che sta compiendo l’ultimo pellegrinaggio prima di morire, alla ricerca di un misterioso Fiume della Freccia che, secondo la tradizione, avrebbe il potere di togliere ogni peccato a chiunque vi si lavi, facendolo così uscire dalla Ruota delle Cose, ossia il ciclo delle rinnovate vite terrene a cui ogni uomo deve soggiacere, per la legge del karma.

All’uscita dal museo il giovane, senza esitazione, si offre di seguire il lama in qualità di suo chela alla ricerca del Fiume che, sempre secondo la tradizione, sarebbe scaturito in un non meglio precisato punto dell’India in cui si sarebbe conficcata una freccia scagliata dal Gautama Buddha, chiedendo pertanto per lui l’elemosina e provvedendo all’alloggio per la notte. In questo modo Kim avrebbe avuto la possibilità di compiere una missione per conto di Mahbub Alì, un commerciante di cavalli afghano, che lo aveva incaricato di consegnare il pedigree di uno stallone bianco a un ufficiale inglese, il colonnello Creighton, di stanza a Umballa. Kim non sapeva che in realtà Mahbub Alì era un agente segreto al servizio dei britannici, e che avrebbe dovuto portare un messaggio in codice, ma aveva capito che tutta la segretezza adoperata dall’afghano per un semplice pedigree era quantomeno sospetta. Infatti, consegnato il messaggio, Kim si nasconde su di un albero ad origliare la conversazione successiva alla sua consegna tra gli ufficiali inglesi, nella quale si parlava di una imminente spedizione militare ai confini del territorio indiano.

Dopo questo riprende il viaggio verso Benares assieme ala lama, percorrendo la Grand Trunk, imbattendosi in una donna che viaggiava in un carrozzone, una donna virtuosa, saggia e di sangue nobile, che era in pellegrinaggio per Buddh Gaya. I due si uniscono quindi a lei per qualche giorno, visto che seguiva la loro stessa strada, usufruendo del vitto e alloggio che ella si propone di offrire a quello che riconosce subito essere un sant’uomo.

Fu grazie a questo che un giorno Kim, allontanandosi dalla strada, vede in lontananza il tanto atteso toro rosso in campo verde: era lo stemma di un reggimento di soldati irlandesi, i Mavericks. Decide così di intrufolarsi nell’accampamento, ma viene subito scoperto e fermato dai soldati e portato al cospetto del comandante e dei due cappellani militari , uno cattolico e l’altro protestante. Gli vengono trovati addosso i documenti lasciatigli in eredità dal padre e subito nasce una disputa su di chi sia la responsabilità dell’educazione del giovane. Il comandante, massone, sostiene con scarsa convinzione che, visto il ne varietur del padre, il giovane avrebbe dovuto essere affidato all’orfanotrofio massonico, ma desiste subito a causa della disputa nata tra i due preti, per questioni di supremazia religiosa, per accaparrarselo, pensando cinicamente che avrebbe evitato un bell’esborso economico alla sua loggia.

Alla fine, sentendo anche il parere del lama, che si offre di pagare la retta per il suo nuovo chela, viene deciso, con grande soddisfazione di tutti tranne che di Kim, di inviarlo al collegio di San Saverio a Lucknow, per trasformato in un sahib. In questo modo il colonnello Creighton, che già aveva avuto modo di osservarlo nella missione di Mahbub Alì, avrebbe avuto tutto il tempo per capire se servirsi del giovane Kim e farlo diventare una spia al servizio del Grande Gioco.

Distaccato così dal santo, Kim frequenta il collegio di San Saverio, dove prosegue gli studi e dove infine viene scelto come agente segreto per svolgere importanti incarichi. Durante questi anni, in cui l’insofferenza per le regole del mondo occidentale lo porta più volte a tentare la fuga verso il suo vecchio mondo di appartenenza, Kim dà prova di grande abilità nell’immedesimarsi alla perfezione con i personaggi di cui indossa i travestimenti: grazie alla sua doppia natura di occidentale e di orientale, stupisce i suoi insegnanti dell’arte dello spionaggio per la sua viva intelligenza e furberia, e anche per i suoi discorsi, capaci di tenere testa a interlocutori ben più sapienti e più anziani di lui.

Ma anche questo apprendistato si compie e viene per Kim il momento in cui gli viene assegnato il primo vero incarico nel Grande Gioco: lo smascheramento di due pericolose spie dell’Impero Russo, che aveva delle mire espansionistiche sull’Afghanistan, e il conseguente impadronimento di tutti documenti che queste avevano raccolto nel nord dell’India, fingendosi cartografi e scienziati.

Affinché la missione di Kim risulti credibile, viene fatto in modo che si ricongiunga al suo lama, per proseguire assieme la ricerca del Fiume della Freccia. Ma l’età ormai avanzata del sant’uomo e il duro pellegrinaggio sui monti fa ammalare il lama, cosicché Kim, dopo essere riuscito a sconfiggere le spie russe a sottrarre loro i documenti, lo conduce da una vecchia signora che ben presto lo guarisce. Dopo la grande impresa da lui compiuta, salvare il lama e portare a termine la missione, l’Amico di Tutto il Mondo è distrutto, al punto che dormirà per due settimane intere, accudito dal lama e dalla vecchia signora. Al suo risveglio Kim ritrova il lama, che nel frattempo aveva avuto finalmente la visione mistica del Fiume e aveva capito il senso occulto della sua ricerca, uscendone rigenerato nello spirito e purificato dai suoi peccati.

In questo romanzo Kipling ci offre anzitutto un corollario della sua visione della vita: l’uomo è in guerra con ciò tutto ciò che lo circonda e realizza che caos e anarchia regnano indisturbati. Il caos è simboleggiato dall’affresco dell’India che fa da sfondo al romanzo: con le sue molteplici caste, costumi e religioni, il mondo di volta in volta descritto si trova spesso a essere d’ostacolo tanto alla ricerca di Kim, che a quella del lama. L’anarchia è invece espressa dalla minaccia all’ordine costituito (che Kipling fa coincidere molto vittorianamente con l’Impero Britannico), proveniente dai Regni del Nord, il Nipheleim identificato con la Russia e le sue mire espansionistiche in Afghanistan.

Per non essere sopraffatti da questi due potentissimi agenti ma, al contrario, trovare la propria identità e integrità morale, Kipling sembra suggerci due vie in apparentemente in antitesi tra loro: da un lato la fuga, accettando la proposta apparentemente assurda di cercare il Fiume della Freccia; dall’altro la guerra, calandosi nella mischia per combattere contro gli agenti del Caos Universale.

All’inizio del romanzo sembra che Kim voglia abbracciare la prima via, spinto solo da amore di conoscenza. Dice infatti al lama: «Desidero sempre vedere cose nuove», come mosso da una insaziabile curiosità di conoscere fino in fondo il mondo nel quale vive e che gli fa da guscio, per non esserne in fondo sopraffatto. Ma più avanti lo vediamo calarsi con grandissima abilità, anche se spesso controvoglia, nel progetto del Colonnello Creighton di fare di lui un’ottima spia al servizio del Grande Gioco.

L’elemento che fa da trait d’union tra queste due vie apparentemente antitetiche è il viaggio, e il propulsore dei due viaggi che Kim compie è la sua innata curiosità. Ma la curiosità da sola non è sufficiente, poiché sono sempre in agguato le ambizioni e i desideri terreni; serve anche la capacità di trasformarsi per non venirne sopraffatti. In tutto il romanzo, infatti, l’altra grande caratteristica di Kim, quella per cui viene notato da chi vuole fare di lui una spia, è quella di sapersi trasformare di volta in volta in un povero ragazzo indù, in un chela buddhista, o in un giovane e sapiente sahib.

Questo è l’altro importante messaggio che Kipling ci vuole proporre: per affrontare il viaggio, come metafora moderna dell’antico impulso cavalleresco, è necessario essere dotati del’arte della trasformazione, o meglio ancora della rigenerazione, che consente di adattarsi e far fronte ad ogni situazione esteriore, senza però che questa faccia perdere di vista la ricerca della propria identità.

Questa mobilità, o attitudine a polarizzarsi, è il segno caratteristico di quelle anime che sono perennemente soggette alla doppia attrazione dello Spirito da un lato, e dell’Istinto dall’altro. Kim, in fondo, è come il Mercurio alchemico: figlio dell’incontro tra Occidente e Oriente, riesce a dialogare con le caleidoscopiche espressioni di umanità dell’India, al punto da meritarsi l’appellativo di Amico di Tutto il Mondo, ma allo stesso tempo si sente attratto intimamente dalla santità del lama, scoprendosi mosso da una profonda devozione verso di lui; devozione che porterà poi il lama a dire, nello stupendo capitolo finale, che «non ci fu mai un chela simile. Mite, benigno, saggio, per niente permaloso, sempre allegro per la strada, pieno di premure, istruito, sincero e cortese. Grande sarà la sua ricompensa!». Ancora, riesce a portare fino in fondo la sua missione materiale esteriore, che consiste nello sventare i piani delle spie dell’Impero Russo, come il migliore dei soldati britannici, ma consente anche al lama di trovare il tanto agognato Fiume della Freccia, come il più umile e devoto dei monaci buddhisti.

È come se in lui vivessero i principi contrari e complementari di passivo – attivo e materiale- spirituale, necessari a compiere il primo passo verso lo sviluppo della comprensione tanto di sé che del mondo.

Questo giovane mezzo sangue anglo-indiano rappresenta il paradigma della lotta di ogni uomo per costruirsi un’identità e conquistare il proprio posto nel mondo, così come facevano gli antichi monaci guerrieri, che partivano a combattere per la difesa della Terra Santa e al contempo alla ricerca di un sapere occulto capace di rigenerare intimamente l’anima di ciascun individuo.

Se da un lato il lama offre a Kim la via dell’ascesi, dell’uscita dal perpetuo ripetersi di vita, morte e nuova nascita, e dall’altro il mondo gli propone la guerra, la lotta corpo a corpo contro il nemico, la via che alla fine egli sceglie è la Via di Mezzo, quella che porta per aspera ad astra. Nonostante i successi in entrambe le missioni, trovare il fiume e annientare le spie, alla fine del romanzo si risveglia dal lungo sonno ripetendosi senza tregua «Io sono Kim. Io sono Kim. E che cosa è Kim?».

Risvegliandosi con questo dubbio profondo nell’anima, scopre che non è solo il giovane chela che ha aiutato il suo maestro, ma anche colui che ha salvato l’Impero Britannico da una grave minaccia, in accordo con il sentimento di unità e amore che pervade tutto il romanzo e, in generale tutta l’opera di Kipling.

La via iniziatica che egli alla fine ha seguito si accorda alla concezione monistica del mondo dell’autore, ed è quella che fa trovare il proprio posto nel Cosmo attraverso la ricerca del proprio posto nel mondo. Questo è in fondo il messaggio più importante di tutto il romanzo, seppure in un testo che all’iniziazione, e nello specifico a quella massonica che ha ricevuto il suo autore, fa solo pochissimi accenni, ma che sorregge in sottofondo, come un basso bordone, l’intera formazione del giovane Kim.