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Sulle tre parole: saggezza, bellezza e forza

Sulle tre parole: saggezza, bellezza e forza

Questi appunti sono stati redatti da partecipanti alle lezioni della cosiddetta “sezione cultico-conoscitiva” (nota anche come Mystica Aeterna) della scuola esoterica che Rudolf Steiner tenne dal 1904 al 1914, quando era già Segretario della sezione tedesca della Società Teosofica. Tali lezioni si protrassero anche dopo aver lasciato tale incarico, per venire poi sospese definitivamente nel 1914. Tale sezione si occupava sostanzialmente di ritualità massonica, non solo studiata, ma anche agita e praticata, in quanto molti dei teosofi tedeschi della prima ora erano anche massoni. Gli stessi poi, nel 1913, seguirono Steiner nella neonata Società Antroposofica, dove il culto cognitivo proseguì fino alla chiusura di cui si è già detto.

Dalla conferenza del 2 gennaio 1906, a Berlino

Se cercate di approfondire le vostre conoscenze sulla cultura moderna, vi accorgerete che essa si scinde in tre ambiti: l’ambito della saggezza, l’ambito della bellezza e l’ambito della forza. In queste tre parole, di fatto, è racchiuso l’intero campo della cultura spirituale. Perciò vengono anche dette “i tre pilastri della cultura umana”. Sono la stessa cosa dei tre re nella Fiaba del serpente e della bella Lilia di Goethe: il re d’oro, il re d’argento e il re di ferro. È per questo motivo che la massoneria viene chiamata “l’arte reale”. Al giorno d’oggi questi ambiti culturali sono separati l’uno dall’altro. La saggezza in sostanza è contenuta in quella che chiamiamo “scienza”; la bellezza sostanzialmente si incarna in quella che chiamiamo “arte”; e quella che, per dirla coi massoni, viene chiamata “forza” risiede nella convivenza sociale articolata, organizzata, degli uomini nello Stato. Tutto questo il massone lo riassume come rapporto della volontà con questi tre ambiti: saggezza, bellezza, forza.

(…) Quando chi ne capisce veramente qualcosa parla di questi ideali, si riferisce a qualcosa di assolutamente preciso; a qualcosa di tanto preciso, da comportarsi nei confronti degli avvenimenti che accadranno nei secoli venturi nello stesso modo in cui il pensiero di un costruttore edile che costruisce una fabbrica si comporta nei confronti di questa fabbrica dopo averla costruita.

Dalla lezione di Natale 1911, a Hannover

Saggezza, bellezza e forza in realtà esistono solo nel mondo spirituale, quaggiù ce n’è solo il riflesso. Chi pronuncia le parole saggezza, bellezzaforza dovrebbe rammentarsi del fatto che sta pronunciando una professione di fede. Pronunciando la parola saggezza, dice: «Io credo in un mondo astrale»; pronunciando la parola bellezza, dice: «Io credo in un devachan inferiore»; pronunciando la parola forza, dice: «Io credo in un devachan superiore». Quaggiù, il riflesso terreno della saggezza è la verità, il riflesso terreno della bellezza è la devozione, e il riflesso terreno della forza è la virtù.

Dalla lezione dì Natale 1911,a Hannover, appunti di diversa mano

In tutti i siti misterici l’allievo pronunciava queste parole come sua professione di fede: saggezza – bellezza – forza.

Dalla lezione tenuta a Hannover a Natale 1911

Dovremmo sapere, sentire, fra le pareti del nostro tempio, che con questi simboli che ci circondano fluiscono su di noi le forze dei saggi maestri d’Oriente. Innalzando lo sguardo verso coloro che hanno guidato tutta l’evoluzione umana fin dai primordi cosmici, attraverso l’evoluzione di Saturno, Sole, Luna fino allo sviluppo della Terra, fino al momento attuale del tempo in cui ci troviamo, ci volgiamo in preghiera, implorando aiuto per la nostra attuale evoluzione, a coloro che chiamiamo “fratelli del passato”. E preghiamo dunque: “Fratelli del passato…”. Innalzando lo sguardo verso coloro che ci guidano spiritualmente nel presente, preghiamo: “Fratelli del presente…”. E a coloro che in futuro saranno le guide dell’umanità, ci rivolgiamo come ai “fratelli del futuro…” guida dei nostri fratelli maggiori, la guida di coloro che vivono fra noi e che hanno raggiunto un livello che tutti voi raggiungerete in un tempo successivo. Li chiamiamo fratelli maggiori per il fatto che, precorrendo l’evoluzione generale, essi hanno raggiunto prima questo elevato punto d’osservazione: dunque la certezza del nocciolo eterno dell’essere, il risveglio dello stesso, in modo tale che l’uomo possa vedere l’eterno così come l’uomo ordinario vede il mondo dei sensi. Per riuscirci, egli deve emulare i fratelli maggiori, che vivono ovunque in mezzo a noi. Questi fratelli maggiori o maestri, le grandi guide dell’umanità, sono sempre stati essi stessi le guide supreme e i direttori supremi della sublime saggezza occulta, grazie alla quale l’uomo diventa consapevole del proprio nocciolo eterno dell’essere.

I Sette Saggi nelle Tradizioni antiche

Nei miti antichi e nelle leggende ci si imbatte di frequente nel topos dei “sette saggi”. In genere sono uomini straordinariamente sapienti che hanno il compito di guidare l’intera umanità, nella leggenda rappresentata metaforicamente dagli abitanti di una determinata città, di una determinata regione o di una intera nazione. In quasi tutte le tradizioni, poi, le vicende di questi uomini è legata all’elemento acqueo, espresso a volte come diluvio e altre come oceano o abisso.

Ne troviamo traccia ad esempio nella tradizione indiana: nei Rig Veda sono i sette Rishi che vengono posti in salvo da Manu, grazie all’aiuto del pesce Matsya, durante un grande diluvio che minaccia di estinguere l’intera umanità. Ma anche altre culture conservano un mito o un poema epico che parla di sette uomini saggi che sono modello o ispirazione per l’intera popolazione: lo troviamo presso gli antichi Babilonesi, i Sumeri, l’antica Cina e anche presso gli antichi Greci.

I Rishi

Manu e il pesce MatsyaLa tradizione vedica indiana annovera diversi rishi (dal sanscrito Ṛṣi, “saggio”). Esso sono considerati poeti e veggenti, autori dei Veda, i libri sacri della antica cultura indiana. Secondo la tradizione essi sono i «nati dalla mente di Brahma».

I più noti, quelli a cui si accennava nel mito del pesce Matsya, sono i Saptarishi, che significa letteralmente “i sette Rishi”, e sono la personificazione delle altrettante stelle che compongono la costellazione dell’Orsa Maggiore.

Il loro compito è quello di guidare l’umanità nel kalpa presente, in particolare nell’epoca del Kali Yuga.

Gli Apkallu

apkalluNell’antica cultura babilonese gli Apkallu sono descritti come semi-dei, creati dalla divinità suprema Enki (o Ea), metà uomini e metà pesci (nel periodo neoassiro sono invece rappresentati spesso come uomini-aquila), emersi dall’Apsû, l’oceano primordiale.

Il loro compito è quello di insegnare agli uomini le arti e i mestieri (i Me), oltre che portare i germi della moralità per la convivenza sociale. Sono rappresentati anche come sacerdoti di Enki, per sottolineare il loro particolare legame sacro con la divinità.

I Sette Saggi del bosco di bambù

La tradizione cinese riporta di sette studiosi, musicisti e letterati che vissero molto probabilmente attorno al II secolo d.C. Sebbene esistano documenti storici riguardo l’esistenza singola di ciascuno di loro, non esiste invece una prova di alcuna connessione tra di loro. Essi vengono idealmente raggruppati sulla base della loro appartenenza spirituale alla scuola taosta di Qingtan, durante il regno Cao Wei.

sevensageschina

Con il tempo essi sono divenuti il simbolo lotta contro la corruzione e gli intrighi politici dell’opprimente corte della dinastia Jin (epoca dei Tre Regni), che oltretutto supportava il confucianesimo. Il mito che crebbe attorno a loro vuole che, per sfuggire a tutto ciò, essi si rifugiarono in un bosco di bambù che cresceva vicino la casa di  Ji Kang, nello Shanyang (ora provincia dello Henan), dove vivevano in semplicità, gioia e preghiera, criticando i costumi corrotti dell’epoca con poemi e altre opere artistiche.

Per tale ragione vennero osteggiati dal regime di allora, e divennero il simbolo della pratica e insegnamento delle virtù morali, come si può trovare anche nelle altre culture.

I Sette Savi

Sette Sapienti GreciSpostandoci verso occidente e verso la nostra epoca, le tracce di tale mito si perdono, ovvero cambiano forma, pur mantenendo un messaggio analogo. In epoca greca Platone, che era iniziato ai Misteri, nel suo dialogo Protagora incentrato sulla virtù e sulla sua insegnabilità, fa riferimento a un gruppo di sette uomini – vissuti tutti in epoche differenti tra loro – che a suo dire hanno in comune l’amore per la filosofia alla maniera degli Spartani.

Questi uomini vengono pertanto annoverati come i padri morali della filosofia, in quanto la loro vita e la loro opera, nonostante non si possa ancora definire filosofia in senso stretto (la si fa iniziare per convenzione da Talete, l’unico della lista a essere effettivamente filosofo per i canoni attuali), viene additata come esempio da imitare.

Dice Platone:

[343] Tra questi c’erano Talete di Mileto, Pittaco di Mitilene, Biante di Briene, il nostro Solone, Cleobulo di Lindo, Misone di Chene, e il settimo tra loro si narra che fosse Chilone di Sparta. Tutti questi erano ammiratori, amanti e seguaci dell’educazione spartana: chiunque, dai detti brevi e memorabili che ciascuno di loro pronunciò, potrebbe comprendere che la loro sapienza era di origini spartane. Costoro, riunitisi insieme, consacrarono come primizia della loro sapienza ad Apollo nel tempio di Delfi queste iscrizioni che tutti celebrano, «Conosci te stesso» e «Nulla di troppo». Per quale motivo dico queste cose? Perché questo era lo stile della filosofia degli antichi: una brevità spartana. Privatamente si ripeteva anche questo detto di Pittaco, molto lodato dai sapienti: «È difficile essere onesti». Simonide, dunque, desideroso di essere annoverato fra i sapienti, capì che se avesse superato questo detto, come un celebre atleta, e lo avesse vinto, sarebbe stato famoso tra gli uomini del suo tempo. Contro tale detto, quindi, e per questo motivo compose questo canto, volendo sottrargli ogni valore, come mi sembra.

A prescindere dalla lista dei nomi, che nei secoli cambia sensibilmente, il fatto importante è che Platone faccia riferimento a una filosofia “anteriore”, di cui gli abitanti di Sparta sono gli ultimi poratori. E che essa sia modello non solo della virtù in quanto esercizio di perfezionamento individuale, ma anche come elemento fondante della polis e del vivere armoniosamente in comunità.

L’epoca greca segna il passaggio da un’epoca in cui il mito, come portatore di verità in immagini, è ancora efficace nelle anime degli uomini, a un’altra in cui il pensiero razionale che si va poco a poco formando necessita di esperire la realtà in concetti, che poggino ancora però su di un sostrato sensibile.

* liberamente tratto da http://www.messagetoeagle.com/mystery-of-the-seven-sages-in-ancient-myths-and-legends/

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